Attimo fuggente 10
Capitolo 10 – Lui!
(Edward)
Non potevo crederci, ma Bella stava lasciandosi scivolare fuori dalla finestra. La domanda me l’aveva fatta tanto per distrarmi. Cristo, era sul punto di buttarsi di sotto … ed era svelta.
Non potevo crederci, ma Bella stava lasciandosi scivolare fuori dalla finestra. La domanda me l’aveva fatta tanto per distrarmi. Cristo, era sul punto di buttarsi di sotto … ed era svelta.
Ma io fui più svelto di lei.
Come iniziò a cadere, le afferrai
le braccia e la tenni alta sulla mia testa mentre precipitavamo insieme. Lasciai
due profonde impronte toccando terra, ma le evitai l’impatto. Ovviamente non mi
ero fatto alcun male, e neppure lei, che però era svenuta.
Non c’era tempo di riflettere su
quello che aveva fatto per sfuggirmi. Mi guardai intorno freneticamente,
notando il suo zainetto, che era caduto con noi e un cellulare in pezzi.
Raccolsi tutto e mi portai sul davanti della biblioteca. E ora che faccio? mi domandai, quanto
rimarrà priva di sensi? Rientrare nel suo ufficio non sembrava una buona
idea, e non potevo certo caricarmela svenuta sulla moto. Volevo portarla in un
luogo tranquillo e convincerla che non ero affatto al servizio dei Volturi, ma
che invece intendevo aiutare lei e Alice, che sapevo in grave pericolo. Certo,
potevo correre velocissimo verso casa mia, ma sull’Ottava e la Settima c’era
traffico tutta la notte e qualcuno avrebbe potuto vedermi, malgrado tutto. Poi
il dio della città che non dorme mai mi venne in soccorso e passò un taxi, a
cui feci subito cenno. Sorreggendola, la feci entrare e accomodare sul sedile,
sedendomi accanto a lei e facendole appoggiare la testa sulla mia spalla.
“Vedrai tesoro,” dissi, a beneficio
del tassista, “ti ci vuole un buon caffè e starai subito meglio.” A lui detti
l’indirizzo e gli confidai che la mia ragazza aveva bevuto un po’ troppo. Non
era sorpreso: passeggeri ubriachi gli capitavano spesso, e la sua unica
preoccupazione era che lei non gli vomitasse sul sedile, come altre volte era
successo. Continuai a parlare a Bella, come se potesse sentirmi. “Te l’avevo
detto di non bere vino dopo due vodke, mai passare da una bevanda forte ad una
meno alcolica …” Mentalmente ringraziai per l’informazione la donna che un
giorno si era seduta vicino a me in un bar dalle parti di Wall Street e nella
cui mente avevo letto i malinconici dettagli di un appuntamento finito male.
Mentre il taxi procedeva, mi resi
conto che stavo tenendo Bella tra le braccia senza provare alcun desiderio di
morderla. Mai mi ero avvicinato tanto ad un mortale, tranne che per ucciderlo.
Tra loro c’erano state anche delle donne, sebbene in genere preferissi
scegliere le mie prede tra gli uomini. Ora però il delizioso aroma di Bella non
mi suscitava una sete incontrollabile. La maglietta rubata - che ancora
indossavo - aveva svolto bene il suo compito e, inghiottito un po’ del veleno
che mi aveva riempito la bocca, mi sentivo in completo controllo. Nell’oscurità
dell’abitacolo avvicinai il naso ai suoi capelli di seta e annusai con piacere.
Mughetto e vaniglia, squisito. Mi sentivo in pace, contento. Che strano.
Arrivammo alla Venticinquesima
sin troppo presto. Pagai, lasciando una lauta mancia al tassista e, sempre
sorreggendo Bella, entrai nel portone. Si sarebbe ricordato di noi? Non che
avesse importanza, visto che non intendevo farle del male, Anzi, volevo
impedire che lei facesse del male a se stessa.
Arrivato a casa la distesi sul
divano e attesi che si riprendesse. Anche io dovevo riprendermi, a dire il
vero, perché tenerla stretta a me, toccare il suo corpo morbido e fragile aveva
avuto degli effetti. No, non era libidine, o non solo quella. Era una
sensazione più delicata, che non mi era abituale. Tenerezza? La parola mi venne
alla mente, inaspettata.
Ma perché non si svegliava? Si
era fatta male nella caduta? Anche se non c’era stato impatto col terreno, la
mia presa era stata tutt’altro che gentile. Le toccai la fronte e la sentii
bagnata di sudore freddo. Presi in camera un piumino leggero, una delle tante cose
non necessarie che tenevo per dare alla casa un’apparenza di normalità, e la
coprii con quello. Poi andai a riempire un bicchier d’acqua e lo misi sul
tavolino accanto a lei. Gli umani che avevano avuto uno shock avevano bisogno
di bere, mi pareva.
Poco tempo dopo Bella si mosse,
gemendo, e io mi preparai a confrontarmi con lei. Come potevo guadagnarmi la
sua fiducia, come potevo convincerla a credermi?
Per evitare una sua reazione
inconsulta, mi assicurai che porta e finestra fossero ben chiuse, poi cercai di
assumere la posizione meno minacciosa possibile, per cui mi sedetti in poltrona
e attesi.
Bella aprì
gli occhi, li chiuse, li riaprì di nuovo e si mise a sedere, muovendosi piano
come chi sente dolore. Quando il suo sguardo incontrò il mio, sobbalzò.
(Bella)
Giacevo su una superficie
morbida, coperta da qualcosa caldo e soffice. Volevo aprire gli occhi e capire
dove mi trovavo, ma era tanto difficile. Le braccia e le spalle mi facevano
male e mi doleva la testa. Ma … se sentivo dolore vuol dire che ero viva.
Ricordando il terrificante intruso e la decisione che avevo preso per
sfuggirgli, non potevo credere di essere sopravvissuta ad una caduta dal quarto
piano. Cosa era successo? Mi alzai di scatto, mentre il piumino cadeva a terra.
Ero in una stanza, un soggiorno, apparentemente, ben illuminato e silenzioso.
Così silenzioso che mi accorsi di
non essere sola quando lo vidi, seduto in poltrona, immobile. Era il mio
stalker, ma ora i suoi occhi erano scarlatti, quindi si era tolto le lenti a
contatto, oppure il veleno le aveva consumate. Succedeva dopo poche ore, mi
aveva spiegato Alice.
“Oh Signore,” dissi con voce rauca.
“Mi hai preso mentre cadevo.” Un’affermazione, non una domanda.
“Dovresti bere qualcosa,” disse lui,
“sarai sicuramente disidratata. Ti ho messo il bicchiere sul tavolino.”
Certa che, se avesse volute
avvelenarmi aveva ben altri mezzi a disposizione, bevvi avidamente. Non
riuscivo a capirlo. Si nutriva di sangue umano, ma era perfettamente
controllato.
“Dove siamo?” gli chiesi.
“A casa mia,” rispose. “Ma, devi
credermi, non ho cattive intenzioni.”
“Come mi hai portato qui?”
“In taxi,” fu la placida risposta. “Ho
fatto credere al tassista che tu fossi ubriaca. Poco cavalleresco da parte mia,
ma era l’unico modo che spiegasse il tuo svenimento senza destare sospetti.”
Ora mi stavo arrabbiando. “Sono prigioniera?”
Ma lui sorrise. “Solo
momentaneamente. Ti devo parlare, poi sarai libera di andartene.”
Mi guardai intorno. Porta e
finestra sembravano ben chiuse, e qualunque mossa avessi fatto, lui mi avrebbe
fermata facilmente. Non mi aveva forse afferrato a mezz’aria mentre
precipitavo? Del resto non sapevo neppure a che piano fossimo, ma soprattutto,
disperata come ero, non credevo di avere la forza di tentare di nuovo. Malgrado
tutto, volevo vivere. Fu a quel punto che mi avvidi che in un angolo c’era un
pianoforte. La visione di Alice!
… ti ho visto in una stanza – con qualcuno.
Un uomo, ma era di spalle e non so chi fosse. In un angolo c’era un pianoforte
…
“Ero in pericolo?”
“Mah, non lo so. Non mi pare. L’impressione
che ne ho tratto era positiva, direi.”
Potevo fidarmi del suo talento?
Il tempo in cui non si doveva mai scommettere contro Alice era passato.
Oh, Alice, tu non ti sbagli mai, ma non c’era un uomo nella stanza. È un vampiro, con tremendi occhi rossi ed un
viso bellissimo. Come faceva la tua impressione ad “essere positiva”? Come può
finir bene questa storia? Cosa vorrà da me?
La testa mi pulsava
dolorosamente.
“Non avresti un antidolorifico?”
chiesi, rendendomi subito conto di quanto fosse stupida la mia domanda.
Lui sorrise di nuovo.
“No, mi spiace. Ma, se ne avevi con
te, ci saranno ancora.” E mi porse il mio zainetto, aggiungendo:
“Il tuo cellulare sembra proprio
rotto, invece. Ti vado a prendere un altro po’ d’acqua.” E in un baleno tornò
col bicchiere pieno. Frugai nella borsa, dove in effetti avevo del Tylenol, e
mandai giù due pillole.
Intanto il vampiro era tornato a
sedersi in poltrona. Il fatto che si fosse preoccupato di raccogliere la mia
borsa, un piccolo gesto gentile, mi confondeva. Certo, non poteva lasciarla in
terra vicino alla biblioteca, ma avrebbe potuto buttarla in un qualunque
cassonetto.
Lui parlò ancora: “Non ho molto
da offrire in casa, ma ho the e caffè. Mi capita di avere un ospite umano,
talvolta. Ne vuoi? Niente latte e zucchero però, mi spiace.”
Così, dopo qualche minuto, mi
trovai a sorseggiare del the verde nel soggiorno di un vampiro. Non era la
prima volta che mi capitava di bere e mangiare in compagnia di esseri
soprannaturali, ma ora le circostanze erano molto diverse.
Il mal di testa mi stava passando
e finalmente mi riuscì di formulare qualche domanda.
“Mi hai detto che un tempo stavi con i
Volturi, ma ora non più. È vero? E allora chi sei? E cosa vuoi da me?
“Quando ero al loro servizio il mio
nome era Antonio. Ero il loro inquisitore”.
Lui! Il lettore della
mente, quello che aveva causato la distruzione della mia famiglia. Ma anche
quello che era fuggito, permettendo in tal modo ad Alice di salvarsi. Malgrado
avesse saputo della mia esistenza leggendo i pensieri di Alice, non lo aveva
detto ai suoi compagni, lei ne era sicura. Aveva davvero lasciato la congrega
italiana e non era più tornato da loro?
Comunque la situazione era
rovinosa, visto che non c’era modo di tenergli nascosto alcunché. Sarebbe stato
meglio morire, perché avevo fallito, non potevo proteggere Alice e il nostro
destino era nelle sue gelide mani.
“Dunque sei un telepata e puoi sentire
tutti i miei pensieri?”
“No.” rispose, “per qualche ragione la
tua mente è impenetrabile al mio talento. Se vuoi che ti dia delle risposte,
devi chiedere.”
Era davvero così? Però una
domanda ce l’avevo. Col cuore in gola gli domandai: “I Volturi mi stanno cercando?”
“Per quel che mi risulta, non sanno
neppure che esisti. Ti ho visto nei pensieri della veggente, ma non l’ho mai
detto ai miei … colleghi.” Questo confermava l’opinione di Alice.
Mentre parlava scrutavo il suo
viso, singolarmente espressivo per un vampiro. Sembrava sincero. O lo era, o la
sua malia mi stava soggiogando.
Ma poi lui aggiunse:
“Stanno cercando Alice, invece. So che
i lupi la proteggono ed impediscono a Demetri di rintracciarla, ma lui non ha
rinunciato alla caccia. Anzi, deve
trovarla, perché è in disgrazia – per aver perso me e lei – e vuole
riscattarsi. Ora è qui a New York, ma ha inviato una spia, una spia umana,
nella riserva dei Quileute e forse questa persona è già sul posto. Se è bravo,
potrebbe scoprire i movimenti di Alice e venire a sapere della tua esistenza.
Per questo dovevo parlarti con urgenza.”
Mi mancava il respiro. Troppo,
sapeva troppo. Mi aveva trovato ed aveva scoperto come Alice si difendeva dal
segugio dei Volturi … Ma sicuro! Mi doveva aver visto con Leah e aveva letto la
sua mente. Evidentemente non tutti i talenti erano annullati dalla presenza dei
lupi. In effetti Jasper riusciva benissimo a calmare i giovani e eccitabili
Quileute, se necessario. Una volta aveva letteralmente fatto addormentare Paul,
tra le risate di tutti.
Ma ora, per salvare Alice e i
miei amici, dovevo farlo parlare ancora.
“Guarda, Antonio,” cominciai a dire,
ma lui mi interruppe:
“Antonio è morto in Canada. Ora mi
chiamo Edward. Edward Masen.”
“Ti prego, Edward,” lo implorai, “devi
dirmi di più. Come hai scoperto i piani di Demetri?”
Mi spiegò come era andata, e la
storia era tanto orrenda quanto credibile. Ma perché Demetri, che lo conosceva,
non aveva avvertito la sua presenza?
“In un laghetto canadese mi è successo
qualcosa di straordinario,” mi spiegò lui, “ma è privato e non voglio parlarne,
anche perché non ha nulla a che vedere col resto. Ti basti sapere che, appunto,
il mio ex compagno non riesce più a percepirmi, senza che io abbia bisogno dei
lupi.”
Le ultime parole le accompagnò
con un sorrisetto e questo mi convinse che era sincero. Un bugiardo non avrebbe
ammesso che c’era qualcosa che voleva tenermi nascosto. E, se era sincero …
Dovevo rivalutare la situazione,
ma la mia testa si rifiutava di funzionare. Mettere antidolorifici in uno
stomaco quasi vuoto non è una buona idea. Quando mi ero accorta di essere nel
covo di un vampiro, il primo flusso di adrenalina mi aveva tenuta sveglia, ma
ora era svanito. Alle tre del mattino ero stanchissima, intontita e – malgrado
il pericolo in cui mi trovavo – avevo disperatamente bisogno di riposo. A mente
fresca avrei ragionato meglio.
Va bene, Edward, fa' il peggio che puoi, ma intanto io mi metto a
dormire sul tuo divano.
Gli comunicai la mia intenzione e
fu lui a rimanere sorpreso, questa volta.
“Certo, capisco,” mi disse.
“Continueremo a parlare domattina. Buona notte.” E spense la luce, che non gli
serviva.
Ben avvolta nel suo piumino mi
sentivo stranamente protetta, al sicuro. Mi addormentai in pochi minuti.

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