Amore e Psiche 11


Capitolo 11 – Discesa agli inferi

  Bella

Un po’ come Harry Potter alla ricerca del binario 9 e ¾, mi gettai verso il centro della Porta.
Passai attraverso la pietra e caddi all’interno. Era un piccolo salto, ma quando atterrai sui piedi sentii il contraccolpo e un po’ di dolore. Sono sempre una vampira qui? Mi domandai, guardandomi intorno confusa. Ciò che mi circondava aveva un aspetto irreale: il paesaggio era in bianco e nero, privo di colore, tranne quando le cose erano molto vicine. I miei occhi, umana o vampira che fossi adesso, non erano in grado di percepire appieno il mondo degli antichi dei.
In lontananza si ergeva una montagna. Forse l’Olimpo? Comunque non era quella la mia meta. Dovevo andare nell’Ade per trovare il modo di chiudere la porta, questo mi aveva detto Venere tramite Il suo messaggero.

Ma l’Ade è lì dove termina la vita, mi trovai a pensare. Era un’idea terribile, ma logica, e non me ne potevo liberare. Del resto, anche Psiche aveva pensato la stessa cosa. E quindi non era importante dove fosse, alla fine l’avrei trovato. Mi misi a correre, allontanandomi dalla Porta. Dopo qualche tempo i muscoli cominciarono a farmi male, poi avvertii una fitta nel fianco. Decisamente non avevo più i poteri di un vampiro, anzi il mio cuore batteva irregolarmente, avevo il respiro affannoso. Almeno, non ero ridiventata la goffa ragazza di un tempo, che inciampava sui propri piedi … comunque non riuscivo più a correre e fui costretta camminare.

Traversai un bosco interminabile e alla fine giunsi sul ciglio di un precipizio. Mi trovavo su un altipiano, evidentemente. Guardai verso il basso. In lontananza si scorgeva un fiume, un nastro d’argento che si stagliava nel grigio del paesaggio  circostante.. Ma sotto di me, ai piedi del precipizio, si levavano alte fiamme, lingue di fuoco che si rincorrevano verso l’alto.
Capii allora di aver raggiunto la meta e che l’unico modo di scendere negli inferi era morire. Questo Alice non doveva averlo visto, nel mondo degli dei i suoi poteri cessavano, come i miei. Il fuoco o la caduta avrebbero provocato la mia morte, umana o vampira che fossi.

Questa era stata la prova finale anche per Psiche. Cercando il suo amore perduto aveva dovuto scendere nel regno di Plutone, e anche lei aveva ritenuto che la morte fosse l’unico modo di arrivarci. Così aveva tentato di gettarsi da una torre, ma qualcosa l’aveva fermata e la stessa torre le aveva indicato una via diversa. C’era una via diversa? Qualcuno sarebbe venuto a salvarmi? Venere, forse? Attesi.
Passò molto tempo, ma non venne nessuno. Ricordavo la frase iniziale che avevo recitato, Sì, col fuoco Ecate sarebbe stata sconfitta.

E così, è qui che devo morire. Son certa che appena sarò morta la Porta si chiuderà, risucchiando Ecate al suo interno. Il suo potere cesserà, loro si sveglieranno e potranno uscire dalla tomba. Saranno liberi, lui sarà libero. Ma troppo vicino a Volterra, dannazione. Non la prenderà bene se muoio e tenterà di fare qualcosa di terribile … e io non sarò in grado di fermarlo, questa volta. Forse Alice riuscirà a farlo, lo spero, ma non lo so. Non so più niente, ma devo tentare. Non può rimanere per sempre chiuso in un sepolcro. Non deve appartenere ad Aro. Ed Ecate non può rimanere nel mio mondo a tormentarci ….
Ero sull’orlo del precipizio. Amore, amore mio, come posso gettarmi e non vederti più, non conoscere più i tuoi abbracci, la tua passione, le tue labbra dolci …
Prima che la paura e il rimpianto mi fermassero, misi un piede nel vuoto.

Un bolide fulvo eruppe dagli alberi. Il mio coguaro. Edward. Con un balzo leggero fu al mio fianco e precipitammo insieme nell’abisso.
Caddi verso il basso, attesi il dolore atroce. Ma no. Un vento fresco soffiò sul mio corpo, allontanando le fiamme e mi portò in basso, lentamente, finché non atterrai sull’erba morbida. Ero viva, intatta e le fiamme non c’erano più. Cercai il coguaro. Era accanto a me, accucciato come una sfinge. Guardava Venere. La dea sorrise. 

Amor vincit omnia,” disse. “Ciò che avete fatto è ben fatto, figli miei, e ora avrete ciò che desiderate. Dirò a Giove che, con il vostro aiuto e la forza dell’amore che vi lega, ho potuto ristabilire l’equilibrio. Il male che ho fatto a Psiche e a mio figlio è cancellato. Per chiudere la Porta gli chiederò di unire la sua forza alla mia. Aspettatemi qui e non vi muovete, perché il fiume che vedete laggiù è lo Stige e la vostra natura non vi consente di attraversarlo. Del resto, non lo vorreste neppure.”

Venere scomparve. Mi volsi a guardare lo splendido animale che aveva scelto di morire con me, se quello era il mio destino. Gli carezzai il pelo e lui inarcò la schiena sotto la mia mano. Era caldo e solido. Cogward aveva un vero corpo in questo mondo. Si alzò e si mise a girarmi intorno, dandomi colpetti con i fianchi. Prima ancora che potessi preoccuparmene, mi resi conto che il bruciore alla gola che mi accompagnava da quando ero stata trasformata, non c’era più. Nel regno degli dei la sete di sangue non esisteva. 

A causa delle molte allergie di mia madre non avevo mai avuto un gatto, ma, a parte la dimensione, il leone di montagna mi ricordava quando, ancora bambina, avevo giocato col grosso soriano dei vicini. Gli grattai la testa e i suoi bellissimi occhi dorati divennero due fessure. Irradiava felicità. “Dammi la zampa di velluto”, gli dissi e lui me l’appoggiò sulla spalla, ritirando gli artigli nel morbido pelo. Toccai il suo naso umido con il mio, poi lui mi appoggiò la testa in grembo, chiedendo altre grattatine. Obbedii e questo deve averlo deliziato, perché si rovesciò sulla schiena, offrendo la pancia alla mia mano. Le sue fusa gioiose mi rimbombavano nelle orecchie.
In questo mondo Cogward non mi parlava nella mente, non era più un messaggero ma solo un enorme gatto, che mi amava ed era venuto con me negli inferi, per non lasciarmi sola. Alla fine si acciambellò intorno a me e anche io mi distesi, appoggiandogli la testa sul fianco. Mi sentivo stanchissima. Le sue fusa mi cullavano e, dato che qui era possibile, mi addormentai.

Al mio risveglio c’era Venere che mi guardava. Aveva due piccoli oggetti di rame nelle mani rosate. “Giove è compiaciuto” mi disse, “mi ha perdonato e anche Lui vuole che la Porta sia chiusa, perché il nostro tempo presso di voi è finito millenni fa. Ecate è una dea molto antica, esisteva prima che noi esistessimo e non appartiene all’Olimpo. Per questo è invidiosa e si diverte con giochi crudeli, che ora devono cessare. Ecco, prendi questo,” aggiunse, accostando i due oggetti. Uno era il suo simbolo, il cerchio con una croce puntata verso il basso, l’altro era una saetta. Passò la saetta nel cerchio e rimasero attaccati, come magneti. Poi me li porse e io li presi dalla sua mano. 

“Ora devi lasciare il regno di Plutone, donna non-morta,” concluse Venere, “il vento che ha protetto dalle fiamme te e il tuo gatto e vi ha portato quaggiù, ora vi riporterà indietro. Quando sarai sull’altopiano non attardarti, torna alla Porta e chiudila con la chiave che ti ho dato. Andrà tutto bene.”
Di nuovo Zefiro venne da noi, come era venuto per Psiche, e sulle sue ali volammo fuori dall’abisso.

Come in un sogno presi a camminare in direzione della Porta, seguita dal mio coguaro. Allora li vidi. Un cervo maestoso, con la sua dolce femmina accanto. Un nobile cavallo, degno di portare in sella un valoroso ufficiale confederato. Sulla schiena aveva un delizioso scoiattolo bruno.  E, infine, un enorme grizzly, con una candida gatta persiana intorno al collo massiccio. Era la mia famiglia o, per meglio dire, le forme animali che avevano proiettato quando Edward aveva proiettato la sua. Il potere di Venere aveva avuto effetto su tutti loro, ma le proiezioni degli altri erano rimaste qui, perché erano insieme, mentre quella di Edward mi aveva cercato e raggiunto nel mondo degli uomini.

Mi si avvicinarono. “Vi vedrò dall’altra parte,” promisi, “vi amo tanto!” La lingua calda e rasposa del coguaro mi leccò la mano, poi lui rimase con loro, mentre io camminavo senza voltarmi più. Non potevo sopportare l’idea di vederli sparire, per tornare ai loro corpi immoti distesi in una tomba etrusca.
Raggiunsi infine la Porta Ermetica: era trasparente, come vetro, permettendomi di vedere il giardino di Piazza Vittorio. Appoggiai il palmo della mano sulla superficie e l’attraversò. Potevo tornare nel mio mondo. Tenendo stretto in pugno il dono di Venere saltai attraverso la soglia e fui dall’altra parte. Di qua la Porta sembrava solida e opaca, come la prima volta che l’avevo vista. Ma sapevo che era ancora aperta.

Cosa dovevo fare, ora? Osservai attentamente la saetta che attraversava il cerchio. Beh, i fulmini erano fatti per essere scagliati! Lo presi per la punta, come un lanciatore di coltelli e mirai al centro della porta.
Colpì esattamente il bersaglio. Ci fu un lampo accecante e un rombo di tuono che fece tremare la terra. I fulmini di Giove erano sconvolgenti anche per quelli della mia specie. Tutto si fece buio e svenni.

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