Attimo fuggente 14
Capitolo 14 – Marchiato a fuoco
Sei innamorato di Bella.
Le parole di Alice mi risuonavano in testa e mi facevano quasi ridere. Come
avevo potuto ignorare questa semplice verità? Come aveva potuto il mio
cervello, teoricamente superiore ad un cervello umano, ignorare ciò che il mio
cuore spento già sapeva?
Ero innamorato di Bella. Per
breve tempo avevo desiderato il suo sangue, poi il suo bel corpo. Ma ora volevo tutto di lei. Il suo incredibile
coraggio, la sua fiera lealtà verso gli amici, la sua capacità di comprendere
gli altri e accettarne le diversità … e il silenzio della sua mente, un oceano
di pace. Che compagna sarebbe stata! Ma non mi era consentito. Mi feci forza:
non doveva avvenire e non sarebbe avvenuto.
Vietandomi di rimuginare sulla
mia follia, seguii Alice al suo bungalow. Leah sedeva sul dondolo del portico
insieme a Bella ed era molto agitata. Mentre ci avvicinavamo, sentii che stava
pensando a come ammazzarmi, se per caso avevo fatto del male ad Alice. Si
sarebbe trasformata e mi avrebbe ritrovato. Vedendoci, le due ragazze si
alzarono in piedi, visibilmente sollevate.
Poi ci dissero che Leah era stata
chiamata da suo fratello Seth, che era tornato alla riserva. C’erano importanti
novità: il marito di Alice era arrivato a La Push in preda all’angoscia, dopo
esser passato dalla casa dei Cullen, e averne visto le rovine. Saputo che Alice
era sopravvissuta, avrebbe voluto andare subito da lei, ma Sam Ulay - il capo
del branco - gli disse che lei non rimaneva mai a lungo nello stesso posto. Loro
avevano modo di contattarla e farle sapere che Jasper era alla riserva. Alice
sarebbe venuta al più presto; già intendeva farlo quando aveva scoperto che i
Volturi intendevano infiltrare una spia tra i Quileute.
Malgrado avesse appena avuto una
visione sul ritorno di suo marito dal suo volontario esilio, averne conferma
trasformò il viso di Alice. Non c’era più tensione, solo felicità.
Ci sedemmo al tavolo, per
discutere i prossimi passi. Il giorno successivo Alice e Leah avrebbero preso
il primo volo Newark-Seattle che avessero trovato.
“Verrò anche io,” disse Bella con fermezza.
“Sì, verrai, l’ho visto,”
confermò Alice. “Suppongo che anche Edward voglia venire.” Sarà in grado di leggere la mente di quello che riteniamo sia la spia,
sentii che pensava. Poi continuò a voce alta:
“Dobbiamo muoverci separatamente. Voi due dovete tornare a Manhattan, e
predisporre le cose in modo che i colleghi non si preoccupino per l’assenza
Bella. Poi magari vorrete prendere un po’ di bagaglio.”
Più tardi Alice mi prese da parte.
Io la guardavo attentamente: piccola, quasi una bambola di porcellana, zazzera
nera, visino piccante e grandi occhi color del miele. Una fatina, una versione
bruna e un po’ più grande di Campanellino. Ma, ora che non era più lo strumento
della mia espiazione – non aveva alcuna intenzione di uccidermi – capii cosa
era davvero: una protettrice. Per anni aveva protetto la famiglia Cullen col
suo talento, e il fatto che la scomparsa del marito l’avesse distratta e fatta
mancare a quello che considerava un sacro dovere la tormentava ancora. Anche
adesso, malgrado fosse in qualche modo accecata, continuava a proteggere quanto
meglio poteva Bella e gli amici indiani. La sua mente era un bel posto in cui
trovarsi e, se solo fosse stato possibile, avrei desiderato anch’io la sua
amicizia – almeno per il poco tempo che mi restava da vivere.
“Edward,” disse lei
all’improvviso, “i tuoi occhi sono molto scuri, credo che tu debba fare
quello che devi, prima di metterti in viaggio con Bella. Io andrò a caccia
stanotte insieme a Leah, ma non ci metterò molto. Quando torno andrai tu.”
Pensava che avrei potuto perdere
il controllo; però se il “fai quello che devi” che mi aveva rivolto la
disturbava, non ne trovai traccia nella sua mente. Disturbava me, invece. Ma
aveva ragione e io assentii in silenzio.
Mentre Bella si ritirava nella
camera che condivideva con Leah, io rimasi di guardia nel portico. Non avevamo
avuto un momento da soli da quando eravamo arrivati qui. Chissà cosa sarebbe
accaduto quando saremmo partiti insieme per il Washington. Ero ansioso e
preoccupato allo stesso tempo, perché stare solo con lei era una beatitudine, e
allo stesso tempo nascondere quel che provavo sarebbe stato duro. Sì, proprio duro. Risi del mio pensiero
osceno, scuotendo la testa.
Ad ogni modo, non potevo negare
di aver sete, visto che il mio ultimo, misero pasto risaliva alle tre sacche di
sangue rubate in ospedale. Beh, il
Central Park era troppo lontano, ma di sicuro potevo andare a Newark. Nei suoi
bassifondi non mi sarebbe stato difficile trovare il tipo di gentaglia con cui
intendevo nutrirmi. Rinunciai a prendere la moto e mi misi a correre verso la
città. Una volta raggiunta una degradata zona periferica, mi nascosi in un
vicolo, al riparo di alcuni cassonetti. Attendevo, ascoltando, ma dopo un’ora
non avevo identificato nessuno di appropriato. Nel vicolo accanto, un barbone
ubriaco dormiva nel suo letto di cartoni. La sua mente non funzionava quasi
più, ma non meritava di morire, almeno secondo le regole che mi ero dato.
Poi arrivarono due tizi,
imbottiti di droga e in cerca di avventure. Sentirono il barbone che si
rigirava nel giaciglio e, curiosi, si avvicinarono. Nella loro mente
ottenebrata, vidi che speravano si trattasse di un cane randagio. Potevano
prenderlo e dargli fuoco – lo avevano fatto altre volte con cani e gatti e si
erano molto divertiti. Quando si accorsero che invece del cane c’era un vecchio
ubriaco, pensarono che sarebbe stato ancora più divertente e, incoraggiandosi a
vicenda, entrarono nel vicolo.
Naturalmente non gli permisi di
avvicinarsi alla preda e un minuto dopo stavo già correndo con loro. Li
trasportai svenuti in un’area boscosa fuori dalla città. Dopo averli stesi in
terra mi domandai chi assaggiare per primo. Mi resi conto però che non si
trattava di uomini: erano due adolescenti, foruncoli compresi. Non avrebbe
dovuto avere importanza: oggi stavano per compiere il loro primo omicidio e
certo la società umana sarebbe stata meglio senza di loro. Ne scelsi uno a caso
e gli avvicinai le labbra alla gola. Ma, stranamente, la bocca non mi si era
riempita di veleno. Che mi stava succedendo? Perfino la sete si era come
attenuata.
Stupito di me stesso, non
riuscivo a farmene una ragione. Avvicinai il viso all’altro ragazzo e mi venne
quasi da vomitare. Entrambi puzzavano, di non lavato e delle sostanze che
avevano ingerito e inalato, ma questo non era mai stato un problema per me. Ora
invece non riuscivo a morderli, e dopo un po’ dovetti ammettere che avrei
rinunciato al loro sangue.
Va bene, non ne avrei fatto un
pasto ma, se ora non li uccidevo, cosa gli avrebbe impedito di dar fuoco a
qualcun altro alla prima occasione?
Alla fine mi venne un’idea, e
appena in tempo, perché uno dei due si stava risvegliando. Lo afferrai e saltai
su di un albero, continuando a salire finché non fummo molto in alto.
Sorreggendolo, perché altrimenti sarebbe caduto, attesi che la sua precaria
attenzione si focalizzasse su di me.
“Ma cosa …? Che cazzo..?” chiese con voce impastata, senza ancora rendersi conto di dove si trovava. Nel
buio, dovevo apparire solo come un ombra ai suoi deboli occhi umani.
“Ascoltami attentamente, perché non ho intenzione di ripetermi,” gli
dissi in tono minaccioso. “So che tu e il tuo compare stavate per dar fuoco a
un barbone, e so anche dei gatti e dei cani. Se provate a rifarlo verrò a
cercarvi, e sarete voi a bruciare. Reggiti forte a questo ramo e guardami.”
Con un balzo ad effetto scesi a
terra e poi risalii ancora più in alto, reggendomi con una sola mano.
Nell’accorgersi che ora gli stavo sopra la testa, sobbalzò e quasi cadde.
“Ora porto su il tuo amico a farti compagnia,” gli sibilai in un
orecchio, “perché si sta svegliando. È inutile che ti dica che, se per caso vi
venisse in mente di andare alla polizia e parlare del nostro incontro, non vi
crederanno, Anzi, probabilmente vi faranno un’analisi del sangue e avranno
conferma che siete drogati, non è così?”
Terrorizzato e tremante lui non
disse nulla e io balzai a terra di nuovo per prendere l’altro ragazzo e
sistemarlo in precario equilibrio accanto a lui. Poi gli diedi il mio ultimo
avvertimento:
“Reggilo bene, oppure fallo cadere, per me è uguale. Anzi, se vi
sfracellate entrambi, è tanto di riguadagnato, perché non meritate di vivere.
Ma se ce la fate a scendere a terra sani e salvi, vuol dire che avete un’altra
possibilità. Usatela bene e ricordatevi che non sarò mai molto lontano.”
Saltai giù per l’ultima volta e
mi allontanai da lì.
Era stato divertente, ma ora
avevo la gola in fiamme per la sete. Dovevo trovare del sangue.
Ero incerto sul da farsi. Andare
a Newark per un altro tentativo, che poteva pure rivelarsi inutile? Oppure
lasciar perdere e tornare al villaggio dove stavano Alice e Bella? Ne avevo
voglia, però se non mi nutrivo potevo essere un pericolo per lei. Oppure …
l’idea che mi venne in mente era proprio ridicola, eppure non voleva andarsene.
Ma se non sapevo neppure come si faceva … Animali,
Edward, davvero? Ma dai!
Nella mente di Alice avevo visto
il posto dove lei stessa sarebbe andata, se avesse avuto più tempo a disposizione.
La Grande Palude, una riserva naturale facilmente raggiungibile a velocità di
vampiro. Lei aveva rinunciato e
aveva cacciato nelle vicinanze, visto che in quest’aera del New Jersey i cervi
si trovavano dappertutto, anche dove c’erano case.
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All’alba ero di nuovo al
bungalow, ma non ero presentabile. Nascosto dai cespugli chiamai Alice. Piano,
perché sapevo che mi avrebbe udito comunque.
“Alice, puoi venire
per favore?” la pregai. “Ho bisogno d’aiuto.”
Quando mi vide, spalanco gli
occhi per l’orrore. Ma poi annusò e un grande meraviglia si dipinse sul suo
viso. Avevo i pantaloni incrostati di fango, la giacca in brandelli e la
camicia intrisa di sangue. Sangue di cervo.
Quando lei è tornata dalla caccia non aveva un capello fuori posto, era
in ordine e pulita. Perché per me è stato così difficile? pensai, irritato
dalla mia scarsa perizia.
Alice avrebbe desiderato dirmi
qualcosa del tipo: “Col tempo diventa più facile.” Ma non lo fece, perché non
sapeva che intenzioni avessi. Era stata una scelta dettata dalle circostanze,
che non si sarebbe ripetuta, o avevo davvero deciso di cambiare dieta? Se me lo
avesse chiesto, non avrei saputo cosa rispondere.
Il sangue del cervo era insipido
e amarognolo, ma aveva placato la mia sete. Corrergli appresso, balzargli
addosso e soggiogarlo era stato eccitante, invece. Il grosso maschio che ero
riuscito a separare dal branco in fuga si era difeso con valore, fino a che non
avevo avuto pietà di lui e gli avevo spezzato il collo. Poi avevo dovuto
addentare crine e muscoli e il sangue era sprizzato a fontana, mentre sputavo
via il boccone. C’era una tecnica, evidentemente, che io non avevo ancora
appreso. Ancora? Cosa avevo intenzione di fare?
Alice prese il comando della
situazione, visto che non avevo indumenti di ricambio e, così come ero,
costituivo una visione da incubo.
“Penso che alla caffetteria stiano già servendo la colazione,” mi disse,
“molti escursionisti partono presto. Ci deve essere anche un negozio di
souvenir, che potrebbe tenere dei capi di vestiario.”
Dopo dieci minuti era di ritorno,
con dei pantaloni da pescatore, una maglietta nera a maniche lunghe e un gilet
verde pieno di tasche. Me li porse.
“Ecco qua, il meglio che c’era. Puoi entrare dalla finestra del bagno
per farti una doccia e cambiarti.”
Quando Bella e Leah si svegliarono
io ero seduto in poltrona domandandomi, con un certo imbarazzo, che cosa
avrebbero pensato del mio insolito abbigliamento. Ma loro si misero
tranquillamente a mangiare la colazione che Alice aveva portato dalla caffetteria.
Dopo mangiato, le due ragazze
andarono in bagno a turno e io mi ritirai sul portico per dar loro spazio.
Bella mi raggiunse lì, capelli ancora umidi per la doccia e buona quasi da
mangiare – in molti modi diversi. Era di umore scherzoso.
“Torniamo a Manhattan o andiamo a pesca?” domandò, accennando a come ero
vestito. Stavo per risponderle con una battuta, ma mi prese un desiderio
impellente di dirle la verità.
“Stanotte sono andato a caccia e mi sono dovuto cambiare. Ero lercio e
nel negozio di souvenir c’era solo questo.” Poi, vedendo la sua espressione
indurirsi, mi affrettai a continuare.
“No, non è
come pensi. Sono andato a caccia di cervi e ho fatto un disastro. Beh, era la prima volta.”
Lei mi fissò, sbalordita, e poi
mormorò “Cervi?”, mentre un sorriso luminoso come il sole le trasformava il
viso. Giurai lì per lì che avrei fatto qualunque cosa per farla sorridere di
nuovo. Anche se avessi dovuto cacciare solo animali d’ora in avanti.
Poi, soffici come petali, sentii
le sue labbra posarsi sulla mia guancia. Mi aveva baciato. Mi aveva marchiato a
fuoco.

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