Attimo fuggente 11
Capitolo 11 – Istinto di morte …
Bella dormiva. A casa mia, sul
mio divano, e sembrava tranquilla. Certo, era stanchissima, certo era abituata
ai vampiri – ma non a quelli che si cibavano di esseri umani. Io invece non le
avevo nascosto il colore dei miei occhi e lei sapeva come mi nutrivo. Tuttavia,
qualcosa era successo nelle ultime ore, qualcosa che aveva calmato le sue paure
e le aveva dato un po’ di fiducia in me.
Nel sonno era incantevole, lunghi
capelli bruni sparsi sulle spalle, labbra di corallo appena socchiuse e folte
ciglia a ombreggiare le guance pallide. E il suo profumo poi … La sete di
sangue non era più tale da sopraffarmi, ma altri istinti si facevano sentire.
Vederla così abbandonata mi accendeva di desiderio: la volevo come un uomo
vuole una donna. Ma non ero un uomo e non potevo farla mia. Anche se lei lo
avesse voluto – cosa molto improbabile – anche se fossi stato in grado di
controllare la mia forza mostruosa e condividere con lei questa carcassa di
pietra che chiamavo corpo, rimaneva il fatto che non intendevo rimanere ancora
a lungo su questa terra.
Da quando l’avevo incontrata,
ogni giorno mi confermava che gli insoliti sentimenti che provavo erano solo
ulteriori passi verso il compimento del mio destino. Il mio obiettivo non era
cambiato, e non intendevo sedurre Bella per poi abbandonarla.
Ma, ora che ci avevo pensato, le
immagini di quella seduzione proibita venivano a tormentarmi. Dio, come la
volevo! Ma non era possibile, per cui, con un sospiro involontario andai a fare
una doccia, e non esattamente per lavarmi.
Temporaneamente risolto il
problema, mi sedetti nuovamente in poltrona, riandando con la mente al momento
in cui avevo capito che stava per buttarsi dalla finestra. “Vuoi
che ti porti dai miei amici, così potrete ammazzarci tutti insieme?” mi
aveva chiesto. Ma era stata una provocazione, non una domanda.
Anche senza poter leggere i suoi
pensieri, mi era chiaro che Bella aveva scelto di morire piuttosto che essere
catturata da un vampiro che sospettava al servizio dei Volturi. Tagliando
irrevocabilmente i suoi legami con Alice e i suoi amici Quileute, li avrebbe
protetti. Per sé non aveva più speranze, evidentemente.
Immaginando la disperazione che
doveva aver provato in quel momento, sentii che qualcosa mi si contraeva nel
petto, cosa che il mio gelido cuore non avrebbe dovuto esser capace di fare.
Non potevo, non volevo immaginarla morta. Farò
tutto il possibile per restituirti ai tuoi amici e alla tua vita prima di andarmene, le promisi
silenziosamente. Sei unica e
incredibilmente coraggiosa.
In nome dell’amicizia, Bella era
riuscita a prevalere sul naturale istinto di conservazione. Tra gli esseri
umani, tuttavia, il suo non era un caso isolato. Perché, in loro, l’istinto di
conservazione è controbilanciato da un’altra forte pulsione: l’istinto di
morte.
Questo, per lo meno, avevo
appreso durante una delle lezioni più interessanti cui avevo assistito mentre
seguivo il corso di storia della psicologia al Dyson College.
“Alla
fine della grande Guerra” ci aveva detto Il Professor Valdez, “Sigmund Freud ebbe tra i suoi pazienti
alcuni veterani colpiti da psicosi post traumatica da battaglia. Soldati che
non riuscivano a riprendersi da quell’esperienza.
Il loro modo di reagire era rivivere continuamente il momento in cui
erano stati vicinissimi a soccombere. Normalmente abbiamo difese psicologiche
che tengono a bada i pensieri di morte che sarebbero, altrimenti, paralizzanti.
Ma, a seguito del trauma subito, le difese vengono meno e la piena comprensione
della propria irrevocabile mortalità si abbatte sulle vittime. Il veterano così
afflitto rivivrà la sua tremenda esperienza di continuo, tanto da sveglio che
in sogno, manifestando persino sintomi fisici di reazione alle esplosioni, come
una temporanea sordità, per esempio.
Nello studiare questi pazienti, Freud si trovò ad elaborare una nuova
teoria. Dapprincipio aveva pensato che il rivivere continuamente l’esperienza
traumatica fosse un modo di esorcizzarla. Liberarsi di quella paura sarebbe
stato piacevole, e fino ad allora lo scienziato era stato certo che tutti i
fenomeni psicologici avessero le proprie radici nella necessità di aumentare il
piacere, o almeno ridurre il dolore. Ora, però, si rendeva conto che gli esseri
umani hanno un impulso che travalica il principio del piacere. Una pulsione
primaria forte quanto la fame o il sesso: l’istinto di morte. Si tratta di un
istinto fisiologico presente nel nostro corpo, nelle nostre cellule. Se gli
studi sul DNA fossero stati sviluppati nel suo tempo, Freud avrebbe detto che
quest’impulso è scritto nel nostro DNA. Perché gli uomini sono mortali e
programmati per morire.
Ci sono due forze contrastanti nell’universo, secondo Freud. Una attrae
la materia verso la materia, e in questo modo la vita si sviluppa e si propaga.
In campo fisico chiamiamo questa forza gravità. In campo psicologico la
chiamiamo amore. L’altra forza è l’esatto opposto, e mira alla separazione e
alla disintegrazione. Ogni pianeta e ogni stella delle galassie è spinta verso
le altre e nel contempo ne è allontanata dalla forza di repulsione. Negli
organismi viventi questo è ciò che spinge certi animali all’autodistruzione,
come avviene alle falene.
In genere negli esseri umani le due forze sono in equilibrio, e questo
ci rende possibile vivere ed operare senza autodistruggerci. Si badi però che
l’istinto di morte non è necessariamente un male: pensiamo alle cellule che
compongono il nostro corpo. Ciascuna cellula è programmata per morire, a un
certo punto. E’ una normale esplicazione dell’istinto di morte. Ma se la cellula
non muore, che succede? Continua a suddividersi, riproducendosi continuamente.
Diventa cancro. Questo è il cancro: cellule che hanno perso la capacità di
morire.”
Quando il brusio di sorpresa e
comprensione degli studenti si fu attenuato, il Professor Valdez enunciò le sue
conclusioni.
“La presenza dell’istinto di morte è ciò che consente talora alle
persone di superare l’istinto di conservazione, comportandosi in modo che
parrebbe, altrimenti, completamente irrazionale. Gli esseri umani sono capaci
di sacrificarsi, di morire perché altri si salvino, di compiere atti eroici. E,
naturalmente, sono anche capaci di suicidarsi.”
Ascoltando la lezione mi sentivo
sulla soglia di una grande scoperta, che giustificava ampiamente il tempo che
stavo spendendo all’università. Finalmente capivo perché l’istinto di
conservazione dei vampiri era così diverso da quello degli esseri umani.
Noi vampiri siamo congelati nel
tempo. La nostra fisiologia è completamente diversa da quella umana: noi siamo
programmati per l’immortalità. Quindi l’istinto di morte non è presente nelle
nostre cellule e il nostro istinto di conservazione è supremo. Solo rarissime,
eccezionali circostanze possono spingere un vampiro a rischiare, o addirittura
cercare, la morte. Il nostro corpo si rifiuterebbe, si ribellerebbe.[i] Più ci pensavo, più mi
convincevo della validità della mia teoria …
Rimasi assorto nelle mie
riflessioni sinché Bella non mormorò alcune parola inintelligibili e, ancora,
mi fu possibile vedere qualcosa dei suoi sogni. Nulla che facesse gran luce sui
misteri della sua mente, però. La povera ragazza aveva fame, come era giusto
che avesse, visto che era rimasta in biblioteca senza cenare, mentre una
collega usciva col suo impermeabile addosso. Dai pensieri di quest’ultima avevo
scoperto che Bella mi aveva notato, aveva creduto che fossi uno stalker e
insieme avevano tentato uno stratagemma. Ma con me non aveva funzionato,
ovviamente.
Ora nel suo sogno figuravano
certe ciambelle coperte di zucchero. Avrei fatto bene a farle trovare qualcosa
da mangiare, quando si fosse svegliata. Potevo rischiare di lasciarla sola?
Speravo di sì, dormiva profondamente e sarei stato lontano solo pochi minuti.
Sull’Ottava Avenue trovai quel
che cercavo. Tornai a casa con una scatola di donuts e un po’ di latte e
zucchero, che avevo comprato in un negozietto aperto tutta la notte. Intanto i
suoi sogni erano cambiati. Stava sognando di me, ma i miei occhi non erano
rossi, e neanche blu, come quando portavo le lenti a contatto. Erano di un
brillante color topazio. Che poteva significare? Sperava forse che io
diventassi un vampiro diverso, come i membri della congrega che avevo aiutato a
distruggere? No, non credevo che sarebbe avvenuto.
Bella si stava svegliando. Fece
per stirarsi, ma era evidente che sentiva dolore. Ciò confermava che le avevo
fatto male, afferrandola con troppa forza quando eravamo caduti dalla finestra.
Se avessi potuto vedere le sue braccia ero certo che vi avrei trovato i lividi
lasciati dalle mie dita. Era stato inevitabile, ma me ne vergognavo.
“Mmh, buon giorno,” disse quando mi
vide. “Scusa, ma ho bisogno di un … momento umano.” Ne dedussi che le serviva
il bagno, cui si riferiva con un espressione scherzosa usata chissà quante
volte con i suoi amici. Le spiegai che occorreva passare dalla mia stanza da
letto e lei andò di là. In quel momento, e troppo tardi, mi resi conto che,
quando ero andato a fare la doccia, non mi ero preoccupato di far sparire i
panni che mi ero tolto per cambiarmi. Ero stato un idiota, e quando lei riemerse
dalla mia camera aveva una cosa in mano. La sua maglietta Nike, che avevo
rubato e indossato per tre giorni.
“Mi vuoi spiegare?” chiese, furiosa.
Cristo!
“Sì, te lo spiegherò.” Sospirai. “Ma
prima vorrei che tu mangiassi qualcosa. Devi essere affamata. Guarda, ci sono
caffè e ciambelle. Siediti per favore, così ti servo.”
“Tu … tu sei uscito e mi hai comprato
la colazione?” Era così stupita che andò a sedersi a tavola senza aspettare
risposta. Ma, se avevo sperato di farle dimenticare la maglietta, mi sbagliavo.
Dopo aver divorato quattro
disgustose ciambelle glassate, Bella si scolò una tazzona di caffè e poi mi
guardò severamente. Contrito, mi sedetti al tavolo di fronte a lei.
“L’hai rubata da casa mia, vero?”
disse, indicando la maglietta.
“Ho dovuto farlo”, le spiegai. “Mi
dispiace, me ne avevo bisogno per desensibilizzarmi. Il tuo odore mi risulta
quasi irresistibile”.
Lei deglutì.
“E come potevi saperlo? Prima di ieri
sera non ti eri mai avvicinato a me.”
“Bella, ho passato tre notti sulla tua
scala antincendio. E il fermo di sicurezza della tua finestra è rotto.”
Un violento, incantevole rossore
le coprì il viso. Deglutii a mia volta.
“Non è che mi hai visto mentre ...”
chiese, imbarazzata.
Sarei arrossito anche io, se
avessi potuto. Oh, sì, una volta avevo guardato. Ma non potevo ammetterlo, per
non guastare i progressi fatti nel guadagnarmi la sua fiducia. Così mentii,
scuotendo il capo.
Per fortuna la mente di Bella si
concentrò su qualcosa di più importante. Sbarrò gli occhi, rendendosi conto di
essere stata completamente alla mercé di un vampiro. Ma, a parte la perdita di
una vecchia maglietta, non le era successo nulla di male. Se il mio piano fosse
stato di rapirla ed usarla per catturare Alice, lo avrei potuto fare tre giorni
fa.
“Desensibilizzarti, dici? Come
Jasper!” esclamò Bella. “Sai, Jasper è il marito di Alice. È diventato
vegetariano per amore, ma la sete di sangue lo tormenta ancora. Alice ha usato
una delle mie federe per aiutarlo ad abituarsi al mio odore.
Vegetariano? Ma che diavolo, davvero si chiamavano così? La strana
definizione, che indicava un peculiare senso dell’umorismo, mi era sfuggita.
Intanto Bella continuò a parlare. “Ha funzionato. Non mi sono mai sentita
minacciata da lui. È un uomo molto speciale. Beh, vampiro, voglio dire. Certo,
quando mi sono ferita un dito di fronte a lui, ha perso la testa. Ma non è
stata colpa sua … era un po’ che non cacciava. È stato uno stupido sbaglio.”
Mi domandai se il mio viso
esprimesse tutto lo stupore che provavo.
“Ma tu sei ancora viva,” dissi, “come
hai fatto a fermarlo?”
“Non l’ho fermato io, Sono stati
Carlisle e Emmett, però lui smise di lottare quasi subito. Quando tutto fu
finito, volevo andare a parlargli, dirgli che non ero affatto arrabbiata, ma
lui se ne era già andato via. Da allora Alice non è stata più la stessa. È per
questo che non vi ha visti arrivare … Oddio scusami, sto chiacchierando troppo.
Ma non avere nessuno con cui parlare è stato tanto difficile.”
Bella rimase in silenzio per un
po’, lo sguardo perso nel vuoto, poi sussurrò:
“Mi mancano tanto, così tanto.” Gli
occhi le si riempirono di lacrime e si mise a piangere, coi gomiti sul tavolo e
il viso tra le mani. Le sue spalle erano scosse dai singulti e Io la guardavo
paralizzato, sentendo come non mai il peso del rimorso. Avrei voluto stringerla
a me, consolarla, ma ero l’ultimo a poterle dare conforto: ero il mostro che
aveva aiutato a distruggere la sua famiglia.
Passata la crisi di pianto, Bella
si alzò e disse che andava a fare una doccia, poi avremmo parlato ancora.
Copiando il suo gesto, anche io
mi nascosi la faccia tra le mani. Ma i vampiri non possono piangere.
[i] Non sono certo un’esperta di psicoanalisi, per
cui sono in debito con Jed Rubenfeld e col suo romanzo L’istinto di morte
(Dove Sigmund Freud è uno dei personaggi). Approfondendo la questione, ho
riflettuto su come l’istinto di conservazione si presenti diversamente negli
umani e nei vampiri (se i vampiri esistessero davvero, ovviamente). Nella Saga
di Twilight non solo i Volturi, ma anche i Cullen evitano i confronti
che pensano di perdere. Non gli interessano gli scontri cavallereschi! E solo
la (presunta) morte dell’amata spinge Edward a tentare il suicidio. Cosi, quando,
al termine di Breaking Dawn, alcuni vampiri amici di Carlisle decidono
di combattere accanto ai Cullen una battaglia che pensano di perdere, il fatto
ha dello straordinario. Invece Aro richiama i suoi guerrieri, quando si rende
conto che potrebbe anche essere sconfitto. Perché, in termini umani, i vampiri
sono vigliacchi.

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