Attimo fuggente 4



Capitolo 4 – Tregua

  “Grazie Rick. È tutto, per ora.” Salutai il mio agente, divertito dalla sua voglia di andarsene. Era felice di avermi come cliente, ma lo rendevo nervoso. Avrebbe preferito che conducessimo i nostri affari soltanto per telefono.

Mi c’era voluto poco più di un anno per diventare, se non ricchissimo, decisamente benestante. In Italia avevo avuto un patrimonio azionario a mio nome, ma non lo gestivo personalmente. I Volturi avevano agenti di borsa che se ne occupavano per loro conto. Tutte persone accorte, che sapevano bene di non dover commettere errori, perché il prezzo da pagare sarebbe stato molto più alto della mera perdita di un cliente.

A Wall Street, invece, avevo dovuto cavarmela da solo. Per prima cosa mi ero procurato un agente, un giovane alle prime armi, ma del resto il mio patrimonio iniziale era troppo modesto per interessare le grandi agenzie di brokeraggio. Rick aveva appena sostenuto l’esame e ottenuto la licenza, e non aveva praticamente clienti. Il fatto di essere nero costituiva uno svantaggio ulteriore, per cui era stato sorpreso e felice di aver trovato un cliente bianco (molto bianco) disposto ad affidargli i suoi soldi.
La sua famiglia veniva dai Caraibi e lui desiderava disperatamente il successo. L’evidente mancanza d’esperienza non era un problema per me, visto che intendevo guidarlo passo passo, dandogli direttive precise su cosa vendere e comprare.

All’ora di pranzo agenti di borsa, finanzieri e uomini d’affari affollavano i ristoranti nell’area di Wall Street e io mi univo a loro. Ordinavo qualcosa di semplice che, non visto, facevo sparire in un sacchettino di plastica nascosto sotto il tovagliolo. Fingevo di sorseggiare un bicchiere di vino e … ascoltavo. Non tanto le parole, dato che le conversazioni erano prudenti e criptiche, ma i pensieri. Quasi sempre uscivo dal ristorante con informazioni molto utili su una fusione che stava per avvenire (e in tal caso le azioni sarebbero salite alle stelle), o sulla mancanza di liquidità di un’impresa (e qui le azioni sarebbero precipitate, una volta che si fosse saputo). Poi dicevo a Rick cosa fare.
In poche parole, operavo in borsa sulla base di informazioni materiali non ancora di dominio pubblico. Illegale, certamente, ma dopotutto la mia intera esistenza lo era.

Col tempo divenni abbastanza esperto, come Rick del resto, tanto che lo lasciavo spesso libero di agire in proprio, purché fosse sempre prudente, a meno che non volessi lanciarmi in qualche operazione rischiosa, beninteso sempre dopo aver pranzato a Wall Street ed aver raccolto informazioni interessanti.

Per quanto concerneva il mio sostentamento ormai - come avevo deciso di fare lasciando Atlantic City – andavo a caccia soprattutto di malfattori. Si trattava in genere di piccoli criminali, gentaglia che di notte, nel Central Park o in altri luoghi pericolosi, tendeva agguati ai passanti. Talora però il mio dono mi permetteva di identificare delinquenti di livello più alto, o addirittura al vertice di attività criminali. Il mio piacere era, in tal caso, mandare a monte i loro progetti prima di farne un pasto. Gli esseri umani considerano riprovevole ciò che facevo e lo chiamano “vigilantismo”. Secondo loro, i cittadini rispettosi della legge non dovrebbero sostituirsi alla polizia, né trasformarsi in giudice e boia. Regole ridicole se applicate a un essere come me, per cui non me ne preoccupavo affatto.

Nel corso della mia lunga esistenza avevo prestato pochissima attenzione ai mortali. Le nostre esche attiravano a Volterra le prede, oppure andavo a caccia per conto mio, se ero in missione o in congedo. Sapevo in tal caso di dover scegliere persone la cui scomparsa non avrebbe fatto rumore, e di non dover lasciar traccia del mio operato. In genere non mi piaceva giocare col cibo, per cui preferivo stordire coloro da cui intendevo bere, perché percepire pensieri di paura e dolore mi avrebbero reso sgradevole il pasto. Ora però era diverso, perché alcuni umani si rivelavano più crudeli dei più crudeli vampiri e meritavano di morire nel terrore.
Complessivamente, si trattava di una esperienza completamente nuova per me. Prima di abbandonare la mia congrega, il mio compito era stato perseguire vampiri-canaglia, non esseri umani. Anche io ero stato umano, sicuro, ma non me ne ricordavo.

Non riuscii mai a sapere chi fossi stato veramente, quando mi svegliai dalla trasformazione. In tasca avevo una lettera indirizzata a un certo Edward Antony Mason. Lo scrivente si rivolgeva ad un “Caro nipote” ed era un pastore della Chiesa Scozzese, stando almeno all’intestazione stampata sul foglio. Il religioso chiedeva al giovane parente di non mettere a rischio i suoi studi, il suo futuro e la sua anima immortale fiancheggiando la marmaglia che si opponeva agli sgomberi. Non erano affari suoi, sosteneva e, soprattutto, malgrado le sofferenze che provocavano, gli sgomberi erano necessari per il progresso della Scozia. Un buon cristiano, quindi, doveva accettare la volontà di Dio e dei proprietari terrieri. Per di più, si trattava di una preziosa occasione di pentimento ed espiazione offerta ai peccatori.
Se ero io quel nipote, evidentemente non gli avevo dato retta.

Algernon, il mio creatore, era un vigliacco, terrorizzato dai Volturi. La ragione per cui era scappato prima di dissanguarmi completamente era che non voleva incontrare nessuno che potesse informarli di averlo visto. In passato aveva commesso qualcosa che avrebbe potuto farlo condannare e ora, temporaneamente graziato, camminava sul filo del rasoio. “Non diamo mai una seconda opportunità” era un’espressione favorita dei Volturi. In seguito, quando era tornato a cercarmi e si era accollato lo sgradito compito di educarmi agli usi della nostra specie, si era accorto che avevo il dono della telepatia e l’aveva visto come un modo per tornare nelle grazie dei vampiri italiani. Così, non appena fui in grado di controllare la sete, lasciammo la Scozia. 
Nuotammo dal Mare del Nord fino alla Manica, traversammo a piedi la Francia e a Marsiglia tornammo in acqua finché non raggiungemmo le coste italiane. Arrivato a Volterra fui accolto benissimo dai tre capi della congrega. Contento di liberarmi di Algernon, non mi posi molte domande, scoprendo solo in seguito cosa si voleva da me.
Nessuno può negare che i fanciulli immortali siano un abominio e debbano essere eliminati. Prima del mio arrivo, per centinaia d’anni, la caccia ai piccoli immortali (e alle loro creatrici) era stata guidata da Boris, che era in grado di percepire, anche a distanza, l’età di un vampiro, sia in anni umani, sia dopo la trasformazione. Un talento di poco conto, tranne che per quest’uso specifico, dove si rivelava molto efficace. Sfortunatamente per la congrega, Boris aveva trovato la propria fine durante la guerra contro i lupi mannari, combattuta – e vinta - dai Volturi decenni prima del mio arrivo. Ora si temeva che altri fanciulli fossero stati creati senza che ci fosse modo di verificarlo. Notizie vaghe, dicerie, storie sospette giungevano in Italia con molto ritardo, prima dell’era delle telecomunicazioni. Il mio ruolo divenne pertanto fondamentale.

Feci quello che mi veniva comandato. Scovavo i fanciulli immortali e chi li proteggeva, ma le fiamme che consumavano i colpevoli consumavano un poco anche me. I piccoli mostri erano, dopotutto, innocenti. Comunque, dopo qualche decennio, non se ne trovavano più, tanto efficace era stata la repressione. Ma i miei padroni avevano ancora bisogno di me. 

Il suono del campanello, e i pensieri della donna che aveva suonato, mi distolsero da questi amari ricordi. Anche prima di aprire la porta sapevo già cosa voleva. In teoria un po’ di zucchero, in pratica, me. Ancora una volta mi domandai se fosse stato saggio scegliere di abitare in un vecchio appartamento anni Trenta sulla Venticinquesima ovest, invece di scegliere una casa isolata, ma era sicuramente quello che un umano con interessi a Wall Street avrebbe fatto.
Ciao, sono Dolly e abito qui di fronte. Non avresti un po’ di zucchero? Mia cugina beve il caffè amaro, ma io non lo sopporto …”
Dio mio quanto sei bello. Dimmi di sì, dammi una chance …
Sì, dovrei averne. Per favore aspetti qui.” Avendo offerto più volte il caffè a Rick in effetti ne avevo, e andrai a prenderlo nella mia immacolata cucinetta, seguito dal senso di frustrazione della visitatrice. Aveva sperato che la invitassi ad entrare e che da cosa potesse nascere cosa. Dolly era di Filadelfia, ma era venuta a New York a trovare una cugina e mi aveva intravisto al portone. Le ero piaciuto e ora voleva provarci. Io normalmente chiudevo la mente ai pensieri dei coinquilini e non mi ero accorto di lei. Era bionda, carina, con le abbondanti curve messe in evidenza da una maglietta attillata.
Ooh, un pianoforte. Suoni?”
Talvolta.”

Quando ero umano evidentemente suonavo, e le mie dita ricordavano ciò che la testa aveva dimenticato. Del resto, prima che esistessero radio e dischi, se si voleva ascoltare musica occorreva produrla, e saper suonare uno strumento faceva parte dell’educazione di un gentiluomo. A Volterra ero diventato molto bravo, avendo un tempo infinito per esercitarmi e la disponibilità di strumenti eccellenti nelle sale da musica. Suonare era una delle poche cose che mi rasserenasse dopo le missioni. Qui a New York mi ero comprato uno Steinway verticale, rimpiangendo di non avere spazio per un pianoforte a coda.
Adoro la musica, sia classica che leggera. Suoneresti per me qualche volta?” Dolly pensava di aver trovato la scusa perfetta per tornare a trovarmi ed era di nuovo speranzosa.
Purtroppo no, sto per partire,” dissi asciutto, porgendole il pacchetto di zucchero. Pochi attimi dopo chiusi la porta dietro di lei, lasciandola alla sua delusione. 

Ecco, per evitare guai, ora avrei dovuto allontanarmi davvero, sperando che se ne tornasse presto a Filadelfia. La mia irritazione era aumentata dal fatto che le fantasie erotiche intraviste nella sua mente mi avevano fatto effetto. Se la volevo, era mia: bastava che attraversassi il pianerottolo e suonassi alla sua porta.

Potevo farlo, ma quasi certamente non sarebbe finita bene. Non avevo mai avuto rapporti intimi con una femmina umana, ma altri immortali lo facevano e difficilmente l’oggetto delle loro attenzioni sopravviveva all’incontro, visto che un vampiro è istintivamente portato a mordere durante il rapporto e il richiamo del caldo sangue umano è difficile da resistere. Inoltre la nostra forza è tale da poter provocare fratture o ferite, e la morte diverrebbe allora una conseguenza necessaria. Io avevo sempre trovato l’idea ripugnante: il solo immaginare una mente che passava dal piacere alla paura e all’orrore bastava a tenermi lontano. Le vampire erano altra cosa, ovviamente. Oltre alla musica, il sesso era stato qualcosa in cui potevo perdermi e dimenticare per un po’ chi ero e cosa facevo. 

No, era decisamente meglio che andassi sotto la doccia e provvedessi in solitaria alle mie necessità. Negli ultimi anni di servitù avevo vissuto quasi come un monaco, e a New York avevo evitato prudentemente ogni contatto con la mia specie. Anche in passato, comunque, non avevo mai incontrato una femmina immortale con cui allacciare una relazione duratura, né certo avevo mai trovato la compagna della mia esistenza, tanto che. tendevo a negare che tali eterni legami fossero più che una leggenda. 

Certo, il mio talento non mi aiutava a trovare una donna congeniale, per quanto cercassi di star fuori dalla testa delle mie amanti occasionali. E poi, missione dopo missione, interrogatorio dopo interrogatorio, una cupa malinconia si era gradualmente impadronita del mio spirito. E una ragione c’era: per molto tempo avevo creduto di essere uno strumento di giustizia. Giustizia implacabile, ma necessaria per mantenere una parvenza d’ordine nei sanguinosi rapporti tra umani e vampiri. Senza la necessità del segreto, i massacri si sarebbero susseguiti senza controllo, fino a che una sola specie fosse sopravvissuta. E i vampiri avrebbero perso in entrambi i casi. Ma mi sbagliavo. Le ragioni che erano alla base del governo degli immortali, come rappresentato dai Volturi, si erano fatte confuse ed altre, molto meno giustificabili, le avevano soppiantate. 

Ricordavo perfettamente cosa era avvenuto davanti alla dimora dei Cullen. Non era per fare giustizia che eravamo stati inviati, ma per impadronirci della veggente, che Aro voleva al proprio servizio. Raggiunto il mio limite, ero fuggito e poi avevo cercato la mia stessa morte, pur non sapendo come fare. Ma mi era stata concessa una tregua, e ora – libero dopo più di due secoli - dovevo decidere come utilizzarla. 

Da quando ero arrivato a New York mi ero molto interessato all’arte e alla cultura. Ero andato ai concerti, a teatro, al cinema ed avevo visitato musei e gallerie, felice di potermi concedere piaceri che non erano più dovuti alla generosità dei miei padroni. Mi rendevo ben conto, però, che davvero noi vampiri eravamo dei parassiti. I nomadi vivevano solo per il sangue, ma persino una congrega civilizzata come i Volturi doveva ricorrere all’ingegno umano per intrattenersi. Ne dipendeva. Noi non producevamo nulla ed avevamo bisogno dei mortali non solo per alimentarci, ma anche per passare il tempo. Un pensiero deprimente.

E davvero gli umani erano un abisso di contraddizioni. Più li conoscevo da vicino, più ero intrigato da come potessero volare alto spiritualmente, oppure sprofondare in abissi di abiezione, come quelli a cui davo la caccia. Anche gli uomini erano perplessi sulla propria natura e avevano dedicato anni di ricerca all’argomento. Per cui, forse … forse potevo cercare di capire meglio cosa fosse l’umanità. La psicologia doveva aver trovato delle risposte e io l’avrei studiata.
----***---
Qualche tempo dopo stavo ancora cercando un’università. La necessità di lasciare temporaneamente il mio appartamento per sfuggire a Dolly mi aveva portato fuori Manhattan e nei sobborghi. Non mi ero allontanato molto, perché la metropoli offriva le migliori possibilità di caccia, ma ero anche contento di essermi messo in viaggio. Oggi stavo esaminando il Dyson College, una branca della Pace University, che ne aveva diverse, dentro e fuori New York, ed anche qui, a Pleasantville.
Mi ero informato e avevo avuto conferma che accettavano auditori paganti. Iscrivermi non potevo farlo, perché non avevo i certificati necessari. Gli auditori avevano diritto, tuttavia, di frequentare i corsi, utilizzare i laboratori e interagire coi professori. Ero particolarmente interessato ad un corso sulla storia della psicologia. Ancora incerto se trasferirmi a Pleasantville per qualche mese, oppure cercare ancora a Manhattan, stavo seduto in un bar dalle ampie vetrate quando vidi una ragazza fuori, sulla strada.
Era lei! Era la stessa ragazza che avevo visto nei pensieri di Alice Cullen: era l’umana che viveva con loro contro tutte le regole e la cui esistenza Alice aveva cercato invano di nascondermi. Richiamando quelle memorie, le vedevo insieme a braccetto, che ridevano spensierate. Erano molto amiche, ovviamente. La ragazza, vista dal vero, era graziosa: visino a cuore, lunghi capelli castani e una pelle di camelia. Ma cosa c’era di particolare in lei da suscitare la devozione di Alice? Cosa aveva indotto dei vampiri a infrangere ogni regola e rischiare lo sterminio[i] solo per esserle amici? Non avevo tradito il segreto di Alice, però. Già da un po’, durante l’interrogatorio, avevo smesso di riferire al resto della squadra molto di quello che vedevo nella mente dei Cullen. Se lo avessi fatto, la ragazza sarebbe morta da un pezzo.
Cercai di leggere i suoi pensieri ma, con mia sorpresa, non avvertii nulla. Non poteva certo essere il vetro che ci separava. Allora, cosa? E poi, che ci faceva qui, così lontana dalla Penisola Olimpica? Sapeva quello che era accaduto ai Cullen? Frustrato, la vidi allontanarsi, mentre io ero bloccato dentro dal sole, che aveva fatto capolino tra le nubi. Uscii di corsa indossando il casco, ma intanto lei era sparita. Invece volevo delle risposte, volevo saperne di più. Decisi quindi di fermarmi a Pleasantville e iscrivermi al college. Se seguiva qualche corso l’avrei sicuramente ritrovata.
Tuttavia, dopo due mesi, non ero stato in grado di rintracciarla. Evidentemente non era qui






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