Attimo fuggente 3
Capitolo 3 – Il Signor Balistreri
Dopo lo sparo si scatenò
l’inferno. C’era chi gridava, chi cercava riparo sotto i tavoli, chi tentava di
guadagnare l’uscita.
Anche il killer fuggì, inseguito
dalla guardia del corpo di Balistreri, pistola in pugno. Tutta scena, perché
dai suoi pensieri mi appariva evidente come non avesse alcuna intenzione di
prenderlo. Anzi, era suo complice.
Quel porco di Kozlov … deve
averlo mandato lui … Lo
scampato sembrava meno scosso di quanto ci si potesse aspettare. Nel caos del salone
non notai alcuno che ci facesse attenzione; gli sguardi erano rivolti alle
porte. In fretta aiutai il vecchio a rialzarsi e lo feci rientrare nella
saletta riservata. C’erano, nella sua mente, sentimenti di gratitudine e
interrogativi su chi potessi mai essere.
“Senta,” dissi rapidamente, “la direzione del Casinò avrà sicuramente chiamato la polizia e, se
qualcuno la identifica come obiettivo del tentato omicidio, la vorranno
interrogare. Se crede di dovermi qualcosa, allora la prego di non indicarmi.
Può farlo?”
Fortunatamente era un tipo sveglio. “Sicuro,” rispose. “Vada in sala. Io
non sarò in grado di identificarla, oppure, meglio ancora, lei non era vicino a
me al momento dello sparo. Ma le devo molto di più. Per favore, venga al mio
albergo, domani. Sto al Grand
Ocean View e mi
chiamo Joe Balistreri. Non se ne pentirà.”
Tornai al mio tavolo. Molti degli
altri giocatori erano ancora assenti, anche se la situazione stava tornando
alla normalità. Sollevato che nessuno avesse toccato carte e fiches, mi disposi
ad attendere. Al tavolo dei dadi la rissa era terminata, ovviamente, ma quelli
che l’avevano inscenata erano molto preoccupati, avendo compreso che chi li
aveva pagati intendeva usare la distrazione per commettere un omicidio. Non
sapevano altro, però, essendo stati contattati da intermediari; ora, impauriti,
volevano andarsene prima possibile.
Mentre aspettavo, rivolsi il mio
talento a quello che stava accadendo nella saletta occupata da Balistreri. Lui
fece una breve telefonata, dicendo al suo interlocutore di confermare, in caso,
di aver avuto un appuntamento con lui, cosa non vera. Quando la guardia del
corpo fece ritorno, annunciando che il sicario gli era sfuggito, il vecchio –
che cominciava a sospettare di lui - si limitò a ordinargli di tenere la bocca
chiusa e soprattutto di non dire a nessuno che prima dell’incidente stavano
aspettando Igor Kozlov.
Quando finalmente arrivarono due poliziotti per interrogarlo,
Balistrieri negò fermamente di esser stato l’obiettivo dell’attentato. Dopotutto,
c’erano altri vicino a lui, ed era tra loro che si doveva cercare. Quando aveva
udito lo sparo, si era gettato a terra, come tutti, e poi si era rifugiato di
nuovo nella saletta. La sua guardia del corpo aveva fatto solo il suo dovere di
cittadino, senza successo purtroppo. Alla domanda sul perché avesse prenotato
una saletta riservata rispose - fornendo nomi e telefoni - che stava aspettando
i proprietari di un’impresa edile cui doveva appaltare parte dei lavori che
aveva in progetto, con l’idea di discutere i dettagli, cenare con loro nel
ristorante del casinò e magari fare un giro o due alla roulette. Adesso però li
aveva avvisati di non venire affatto. La storia, se la polizia avesse
controllato le sue telefonate, reggeva perfettamente. Infine, spiegò di essere
uscito dalla saletta solo perché aveva sentito un gran fracasso e si era
incuriosito.
I poliziotti non gli credevano
affatto. La sua solerzia nel negare ogni coinvolgimento puzzava di malavitoso e
l’aspetto del suo guardaspalle lo confermava. Avrebbero controllato la sua
fedina penale, se ne aveva una, e avrebbero parlato con le persone con cui
diceva di aver avuto un appuntamento. Però sapevano che non sarebbero venuti a
capo di nulla. Dopotutto, non c’erano vittime, il sicario si era dileguato e
Balistreri non avrebbe certamente sporto denuncia.
La regola di non dire mai nulla
alle autorità e sistemare le pendenze in privato era tipico della malavita
organizzata, per cui anche io arrivai alle stesse conclusioni degli agenti.
Nessuno, e certamente non
Balistreri, mi additò all’attenzione della polizia. Il mio comportamento
impulsivo e la velocità con cui mi ero mosso erano passati inosservati. Avrei
potuto lasciarmi l’episodio alle spalle ma, man mano che la notte avanzava, mi
venne un insistente desiderio di sapere di più dell’uomo che avevo salvato.
Inoltre avevo visto che era sincero quando aveva detto di volermi dimostrare la
sua gratitudine e, se davvero apparteneva alla malavita, probabilmente avrebbe
potuto aiutarmi.
Il giorno seguente – una giornata
nuvolosa, per fortuna - andai a trovarlo, Non dissi il mio nome al concierge,
chiedendogli solo di annunciare a Balistreri l’arrivo di un suo amico del
Montecarlo. Fui ammesso immediatamente. Il guardaspalle non c’era e pensai che
potesse averlo già licenziato. Se non lo aveva ancora fatto, potevo
incoraggiarlo in tal senso, pur senza tradire le mie particolari capacità.
“Faccia come crede,” gli dissi, “però ieri ho trovato strano il
comportamento della sua guardia del corpo. Lui guardava il tavolo dei dadi come
se stesse aspettando che accadesse qualcosa ... Francamente mi pare che la
rissa sia stata una messa in scena. Per cui mi lasci dire che non sono sorpreso
che il killer gli sia sfuggito.”
Balistreri doveva essere vicino agli ottant’anni, ma i suoi occhi scuri erano
limpidi e acuti.
“Lei è un buon osservatore,” mi disse, “e probabilmente ha
ragione. Comunque, non è più al mio servizio.”
Anche lui era curioso, ma in questo caso il vantaggio era mio, per cui,
declinando cortesemente l’offerta di caffè e bibite e intrattenendo con lui una
blanda conversazione, ricavai dalla sua mente le informazioni che cercavo.
Balistreri aveva comprato un ottimo appezzamento di terreno ed intendeva
costruirci degli alloggi popolari, che avrebbe poi affittato o venduto a prezzi
equi. In passato però, come i poliziotti avevano pensato, il vecchio era
appartenuto alla malavita organizzata. Tuttavia, la sua potente famiglia
italiana aveva perso gradualmente il potere, soppiantata da nuove gang di altre
nazionalità. Il processo non era stato indolore, ma Balistreri era uomo prudente,
per cui era sopravvissuto e gli era stato consentito di ‘ritirarsi’. Vedovo e
senza figli, l’ex mafioso aveva avuto il tempo di considerare il suo passato e
cercare una qualche forma di riscatto morale. Dopo aver operato nel settore
delle costruzioni[i]
in modo spietato e disonesto, ora voleva realizzare un progetto di elevato
valore sociale. Trovai sorprendente che un criminale incallito pensasse alla
salvezza della sua anima – davvero gli esseri umani erano pieni di
contraddizioni.
“Sarebbe interessato a farmi da guardia del corpo?”
La domanda mi colse alla
sprovvista: non l’avevo vista nella sua mente prima che la formulasse, Ma era
uomo di decisioni rapide e io gli avevo già salvato la vita una volta. Sì,
avrei potuto diventare un ottimo guardaspalle … se avessi potuto farlo solo di
notte. Peccato, il vecchio mi piaceva – anche se era umano - e avrei voluto
sapere chi era questo Kozlov e perché lo voleva morto.
Decisi di essere sincero con lui,
per quanto possibile.
“Non posso” gli dissi. “Come avrà capito, sono in fuga. Qui mi fermerò
solo per fare un po’ di soldi. Gioco molto bene a poker.”
“Pazienza,” disse Balistreri. “Ma io le devo molto e vorrei
ricompensarla. Mi dica cosa posso fare per lei.”
Beh, se aveva mantenuto contatti
con la vita di un tempo, qualcosa potevo chiedergli.
“Ho bisogno di una nuova identità, con tutto quel che ne discende. Può
procurarmela?”
“Penso di sì. Qualcuno mi deve dei favori e ho ancora degli
amici. Come vorrebbe chiamarsi?”
Decisi di resuscitare il nome del
giovane scozzese di cui avevo dimenticato tutto, con una piccola alterazione. “Edward, Edward Masen.” Dissi, perché desideravo preservare
qualcosa della mia vera identità, certo che nessuno – umano o vampiro - lo
avrebbe collegato ad Antonio Volturi.
Balistreri mi propose di portagli alcune foto al più presto e tornare per i
documenti dopo due giorni. Prima di andarmene gli chiesi se voleva che provassi
a rintracciare l’uomo che aveva cercato di ucciderlo. Come mi aspettavo, fu
estremamente vago e mi disse di non preoccuparmi: avrebbe trovato modo di
difendersi. La sua mente però non era affatto vaga, e così arrivai al nocciolo
della questione.
Un gangster russo, Igor Kozlov, era interessato ai lotti di terreno che
Balistreri aveva comperato e su cui intendeva costruire. Nei piani di Kozlov
non c’erano certo case popolari, ma un lussuoso centro benessere, completo di
palestra, piscine, sale massaggi, eccetera. Il tutto sarebbe in realtà servito
come copertura per il riciclaggio di danaro sporco e altre attività illegali.
Il cambiamento di destinazione d’uso non sarebbe stato un problema per il
russo, che aveva molti agganci nell’amministrazione di Atlantic City. Aveva
proposto così a Balistreri di vendergli il terreno, o anche un partenariato, se
voleva. Ma, con sua grande sorpresa, l’italiano aveva rifiutato. Di lì a poco
Kozlov gli aveva chiesto un altro appuntamento, dicendo che voleva proporgli
condizioni migliori. Il Montecarlo, pieno di gente, era sembrato un posto
abbastanza sicuro e il vecchio aveva accettato.
Più tardi portai al suo albergo le foto richieste, poi decisi di fare un
giro di bar, casinò e night club. Il mio obiettivo non era il gioco: cercavo
qualcuno che pensasse in russo.
Ci misi un po’, ma all’alba avevo finalmente trovato ciò che cercavo.
Dopo due giorni ancora passati al tavolo da gioco, tornai da Balistreri e
lui aveva tutto quello che gli avevo richiesto. Patente a nome di Edward Masen,
nato a Chicago 24 anni prima, e una tessera della Sicurezza Sociale - documento
indispensabile se intendevo rimanere negli Stati Uniti, Entro pochi giorni, mi
disse il mio ospite, se qualcuno avesse richiesto il mio certificato di nascita
all’anagrafe di Chicago, tutto sarebbe apparso in regola. Nella cartelletta dei
documenti aveva aggiunto anche una busta piena di soldi, che riteneva mi fossi
meritato.
Avevamo finito, ma nella sua
mente leggevo la preoccupazione: quando sarebbe arrivato il prossimo attacco?
Doveva rafforzare la propria sicurezza, assumendo un’altra guardia del corpo o
forse due, ma non sapeva di chi fidarsi.
Era venuto il momento di rassicurarlo.
“Signor Balistreri,” gli dissi, “non so quanto sia importante per lei ma,
se trova modo di informarsi, scoprirà che un tale è scomparso. Si chiamava Igor
Kozlov e, mi creda, non ricomparirà.”
Certo che no, visto che il suo corpo dissanguato riposava sotto le radici
di un grande albero di Bass River Park, che avevo espiantato e ripiantato in
modo che del gangster non restasse più traccia.
Mi guardò senza parole, con mille domande che gli vorticavano nella mente.
Come sapevo i fatti suoi? Come sapevo chi era Kozlov? E ora gli avevo detto che
il bastardo era sparito. Morto? Lo avevo ucciso io? Chi ero io?
A queste domande non potevo rispondere anche se me le avesse fatte, per cui
mi limitai a dire:
“Non si preoccupi, signor Balistreri. Non ce n’è ragione. Lei non mi
conosce e io non conosco lei. Anzi, vorrei che dimenticasse il nome che ha
creato per me. Del resto, sto per lasciare Atlantic City e non ci tornerò. Ma
le sono grato e spero di esserle stato utile come lei è stato utile a me. Le
faccio i miei migliori auguri per il suoi progetti edilizi.”
Lasciai la città a cavallo di
una moto. Casco e guanti mi permettevano di muovermi anche se c’era il sole. In
Italia avevo lasciato un’amatissima Guzzi Norge, ma qui mi ero dovuto
accontentare di una Ducati GT 1000 che costava circa seimila dollari, il
massimo che potessi permettermi al momento.
Mentre la strada scorreva sotto di
me ripensavo con piacere alla fine di Kozlov.
“Chi cazzo sei?” aveva gridato, vedendomi irrompere dalla finestra della sua
stanza al quinto piano. Poiché infrangendo i vetri avevo fatto rumore, non
persi tempo. Lo stordii con un buffetto e mi lanciai di nuovo in strada,
portandolo con me. Quando le sue guardie del corpo riuscirono finalmente ad
abbattere la porta, eravamo già spariti. Il russo aveva ripreso i sensi nel
parco e, mentre si dibatteva invano nella mia stretta implacabile, avevo potuto
leggergli nella mente terrorizzata che si domandava non tanto chi io fossi –
ero qualcosa di inesplicabile – ma chi mi avesse mandato. Da quel che potevo
vedere, la lista dei suoi nemici era molto lunga, ma tanta curiosità meritava
una risposta.
“Joe Balistreri le manda i suoi saluti,” gli dissi educatamente prima di
morderlo, senza preoccuparmi di stordirlo nuovamente, come facevo di solito.
Ero sorpreso di me stesso.
L’eliminazione di Kozlov era stata un gesto gratuito, ma mi aveva riempito di
soddisfazione. Balistreri mi aveva aiutato e ora volevo aiutarlo a mia volta,
dandogli la libertà di fare quel che intendeva fare. Ma c’era dell’altro: il
piacere di bere il sangue del russo era stato aumentato dal sapere che così
stavo liberando il mondo da un individuo spregevole. Ora mi domandavo se
scegliere le mie vittime in base a criteri etici – qualcosa che non avevo mai
fatto – avrebbe reso la caccia molto più interessante.
Beh, si sarebbe visto. Intanto dovevo raggiungere New York o, più
precisamente, Wall Street.
[i] Nel New Jersey è l’edilizia e non
il gioco – come in Nevada – il settore operativo preferito dalla malavita
organizzata.
Ecco la Marina di Atlantic City con le sue case da gioco

Commenti
Posta un commento