Attimo fuggente 2
Capitolo 2 - Solo
Nel lago, attendevo.
Aspetta un giorno, la Morte mi aveva detto, e sarai libero dai Volturi. Se era vero, anche se nient’altro lo fosse
stato, già mi bastava, e pazienza se il momento perfetto che avrei dovuto
fermare non fosse mai arrivato. Era una sfida ridicola, dopo tutto, dato che la
ragione per cui desideravo morire era l’infinito susseguirsi degli orribili
momenti di cui si componeva la mia esistenza, senza una fine in vista. Ma ora
mi era stata concessa una tregua e l’impulso di autodistruzione si era in
qualche modo attenuato. Sarebbe tornato però, e allora avrei forzato la mano
ossuta della Morte.
Quando finalmente emersi dal lago
sentii solo i suoni della foresta. Non c’era nessuno nelle vicinanze, né umano
né immortale. Ero bagnato fradicio, ma c’era qualcosa che dovevo fare subito.
Mi tolsi il mantello scuro, appesantito dall’acqua e, chiudendolo a fagotto, lo
riempii di pietre, per poi gettarlo nuovamente nel lago, dove affondò subito.
La catena d’argento e il medaglione con la grande V lo seguirono a ruota.
Ora potevo andarmene. Mi misi a
correre verso Sud. Avevo sete e presto avrei dovuto cacciare – se mi fosse
riuscito di trovare qualcuno da far sparire senza creare allarme. I vampiri non
devono mai lasciar traccia del loro operato, e questo era particolarmente vero
per me, che intendevo sfuggire anche a quelli che erano stati i miei compagni.
Dopo un centinaio di miglia
trovai un capanno in una piccolo radura. Sembrava vuoto e ci entrai senza
difficoltà. A pensarci bene, non ero certo vestito come gli umani della zona,
tanto lontana dalla civiltà. In un angolo trovai alcuni indumenti smessi, il
cui debole odore indicava che non erano stati usati da mesi. Non potevo far
nulla per i miei pantaloni grigio scuro, troppo eleganti per un escursionista
ma, se mi fossi almeno liberato della camicia e della giacca, avrei avuto
certamente un aspetto più intonato al paesaggio. Con notevole disgusto indossai
una camicia di flanella scozzese sopra una maglietta bianca.
Era una giornata di sole e, anche
se non percepivo alcun pensiero nelle vicinanze, pensai che fosse meglio
starmene al coperto[i]
e riflettere sul da farsi. Tirai fuori il borsello impermeabile, dotazione di
ogni guerriero inviato in missione, e ne esaminai il contenuto. Passaporto, di
cui dovevo liberarmi, visto che il nome usato per questo viaggio era
rintracciabile. Lo stesso valeva per il cellulare e la carta di credito. Per
fortuna avevo anche mille dollari in contanti, che mi sarebbero serviti, anche
se mi trovavo probabilmente ancora in Canada.
Una scatolina conteneva diverse
paia di lenti a contatto colorate, un’invenzione moderna che semplificava molto
la nostra vita quando dovevamo metterci in viaggio. A meno che non si abbiano iridi dorate, invece che scarlatte … no, non
voglio pensarci adesso.
Se avessi scelto di vivere da nomade non avrei avuto bisogno
di molto – un cambio d’abiti ogni tanto e tutto il danaro che potevo prendere
alle mie prede. L’idea però non mi sorrideva affatto, né mi avrebbe aiutato a
‘riconnettermi con l’umanità perduta’. Sapevo che nel mondo esistevano piccole
congreghe di vampiri semi stanziali. Anche loro erano costretti a spostarsi, ma
si fermavano qua e là per brevi periodi, in modo da godere i vantaggi della
civilizzazione e della cultura.
Quando ero stato trasformato in vampiro avevo vissuto da
nomade insieme ad Algernon, il mio creatore, e avevo trovato quell’esistenza
detestabile. Lui non mi disse mai le circostanze precise della mia
trasformazione, e quello che potevo vedere nella sua mente erano i nudi fatti,
niente di più. Algernon era venuto nel nord della Scozia per approfittare delle
violenze determinate dagli sgomberi forzati. Persone in fuga potevano
facilmente sparire e, dopo gli scontri, le vittime ferite ma non ancora morte
costituivano un ottimo pasto. Anche io ero stato uno di loro; i rivoltosi erano
in rotta, inseguiti dalle guardie, ma io ero rimasto a terra, privo di sensi e
con la testa rotta. Respiravo ancora, però, e il vampiro mi trascinò fuori di
vista. Mi morse e cominciò dissanguarmi, ma poi qualcosa lo costrinse ad
allontanarsi, lasciandomi ancora vivo ad affrontare le fiamme della
trasformazione. Credo che avesse sentito sopraggiungere altri immortali, che
non voleva lo vedessero.
Quando, in seguito, fui in grado
di leggere bene la sua mente, le circostanze in cui ero stato cambiato rimasero
oscure. Il fatto che avessi perso completamente la memoria non mi fu certo
d’aiuto: il veleno aveva riparato le fratture del mio cranio, ma i miei ricordi
erano svaniti per sempre.
Per il poco che ero stato in
grado di capire, Algernon era tornato indietro dopo un paio di giorni per
vedere cosa mi fosse successo e certo con l’intenzione di spezzarmi il collo.
Ma la trasformazione era stata più rapida del previsto ed io mi ero già risvegliato:
confuso, spaventato e tormentato dalla sete. Era troppo tardi per eliminarmi –
anche se non lo sapevo, in quel momento ero più forte di lui – e lasciare senza
controllo e senza istruzione un nuovo vampiro era un reato gravissimo, secondo
la legge della nostra specie. Dovevo essere educato e informato sulle regole
stabilite dalla congrega dominante. Anche se malvolentieri, è proprio quello
che Algernon fece. Per essere un vampiro appena creato io ero più depresso che
furioso, per cui mi sottomisi al suo volere.
Al tramonto ero pronto a lasciare il capanno. Misi i miei
pochi averi nel vecchio zaino trovato in un canto e mi diressi verso gli Stai
Uniti. Passai per le montagne, non avendo documenti che mi consentissero di
attraversare il confine legalmente. Avrei dovuto procurarmene di nuovi, ma non
avevo idea di come farlo, visto che la mia congrega aveva sempre pensato a
tutto. I soldi erano la questione più urgente. Non potevo usare le carte di
credito senza allertare i Volturi, né potevo cercarmi un lavoro. Una cosa però
sapevo far bene: giocare a poker. Grazie al mio talento, vincevo sempre.
Carte e altri giochi da tavolo erano e sono molto popolari a
Volterra, perché aiutano a far passare il tempo infinito. Nessuno voleva
giocare a poker con me, ovviamente, mentre i dadi e altri giochi di puro
azzardo erano accettabili. Talora, quando i miei servizi non erano richiesti
dalla congrega, avevo frequentato il Casinò di Venezia, guadagnando grosse
somme col poker, che poi perdevo rapidamente alla roulette, dove la lettura del
pensiero non offriva alcun vantaggio. Certo, Ca’ Vendramin non è più il luogo
elegante di un tempo. Ormai è frequentato principalmente da turisti giapponesi
e da gangster dell’Europa orientale. Alcuni di costoro, particolarmente
irritanti, non facevano più ritorno ai loro alberghi. Dopotutto, un vampiro in
vacanza deve pur mangiare qualcosa.
Ora dovevo cercare un casinò. Dopo essermi dissetato con un
camionista che aveva avuto la cattiva idea di darmi un passaggio, guidai il suo
camion per un po’, prima di farlo sparire in un burrone. In una cittadina
dell’Oregon trovai un grande magazzino e mi comprai dei vestiti decenti, in
modo da essere adeguatamente abbigliato per passare il controllo di sicurezza
di una casa da gioco.
E qui, feci uno sbaglio.
In Oregon i casinò sono quasi sempre gestiti da tribù
indigene, che hanno ottenuto la licenza quale forma di risarcimento storico, e
tale era il caso di quello che eventualmente scelsi: “Gold River”, nell’area di
Coos Bay. Diedero appena un occhiata alla patente, un colpo di fortuna per me,
visto che il camionista mi somigliava pochissimo ed era più anziano in anni
umani.
Depositai 300 dollari alla cassa
e attesi che si liberasse un posto a un tavolo da poker. Giocando
prudentemente, e perdendo intenzionalmente qualche mano, ero certo di poter
triplicare il mio denaro in un sol giorno e ripetere l’operazione il giorno
successivo in un altro casinò.
Tutto sembrava andare bene,
dunque, fino a quando non mi accorsi che lo Chef de Partie - ma qui lo
chiamavano Pit Boss - un indiano di mezza età, mi stava guardando fisso. Mi
concentrai sulla sua mente e impietrii. Sapeva, o sospettava, chi io fossi
davvero. Purtroppo, era possibile. Un branco di indigeni muta-forma, che sapeva
tutto di noi, non si era forse alleato con una congrega di immortali?
Muta-forma che erano in grado di uccidere i vampiri e lo avevano fatto. Proprio
per questo i Volturi ci avevano inviato nella Penisola Olimpica.
Era possibile che tutti gli
indiani sapessero della nostra esistenza? In effetti era noto che gli indigeni
dell’Amazzonia si tramandavano molte leggende sulla nostra specie ... Leggende
basate su fatti reali, evidentemente. E ora c’era da credere che anche i nativi
nord americani fossero a parte del segreto. Dovevo andarmene al più, presto
prima che l’indiano decidesse alcunché. Lasciai il tavolo, tornai alla cassa
per recuperare il deposito e le mie poche vincite e mi dileguai.
…***…
Malgrado avessi una scala, non
rilanciai. Dopo aver vinto due mani, era meglio che ne perdessi qualcuna, per
non innervosire nessuno. La strada che mi aveva portato a questo casinò era
stata lunga e piena di difficoltà. Sempre deciso a procurarmi soldi col poker
avevo lasciato la costa del Pacifico e mi ero diretto verso est, spostandomi di
notte di città in città, in cerca di occasioni.
In due secoli avevo ormai un
perfetto controllo sulla sete e, dopo il camionista, non avrei avuto necessità
di cacciare ancora per circa un mese. Tuttavia avevo dovuto uccidere di nuovo,
per procurarmi altro denaro e dei documenti che potessi utilizzare almeno per
un po’. Nel farlo, sapevo bene di non esser meglio di un bandito ma, dopotutto,
stavo proprio comportandomi come un umano, anche se criminale. La Morte avrebbe
sicuramente apprezzato i miei sforzi.
Per i soldi, fui così fortunato
da imbattermi in un tale che aveva appena rapinato un negozio di liquori.
Procurarmi un documento di identità non era altrettanto facile, perché mi
occorreva qualcuno che avesse più o meno il mio aspetto e la cui scomparsa non
destasse allarme. E qui la buona sorte mi venne incontro ancora una volta,
perché fui avvicinato da un truffatore, intenzionato ad alleggerirmi del
portafoglio con una storia complicata. Lo alleggerii dei suoi documenti falsi,
invece, e anche della vita. In effetti, mi somigliava abbastanza.
Nel complesso non mi dispiaceva
che le mie due ultime vittime fossero state tutt’altro che innocenti … e qui
sobbalzai. Da dove mi venivano certe idee? Era forse perché non avevo avuto
bisogno del loro sangue e non l’avevo bevuto?
Elucubrazioni inutili, comunque.
Avevo finalmente raggiunto il mio obiettivo e ora potevo prendere un aeroplano
per la prossima destinazione: Atlantic City. Pretendere di pagare il biglietto
in contanti mi guadagnò qualche sguardo sospettoso, ma alla fine me lo
vendettero.
Ora, dopo l’incidente
dell’Oregon, sedevo nuovamente ad un tavolo da gioco. Il Montecarlo era un
casinò di media levatura, affacciato sulla Marina e perfetto per me. Dato che
intendevo perdere le mani successive, non era necessario che prestassi
attenzione ai miei compagni di tavolo, così lasciai scorrere lo sguardo sul
resto del salone. Nel fondo del salone, dietro la cassa, notai alcune porte
chiuse, davanti ad una delle quali c’era un robusto guardaspalle. Di fatto,
diverse case da gioco offrivano salette riservate per eventi privati. Doveva
trattarsi di questo.
I pensieri dell’uomo mi
sorpresero. Stava osservando un tavolo dove si giocava a dadi e si aspettava
che scoppiasse una rissa. Gli occupanti di quel tavolo, però, non stavano
affatto coltivando pensieri violenti. Casomai, erano preoccupati. Ma la rissa
scoppiò ugualmente, con insulti, spinte e accuse. Era strano, sembrava una
messa in scena, perché i pensieri dei partecipanti non corrispondevano alle
azioni. Il guardaspalle si mosse, avvicinandosi al tavolo come se volesse
intervenire. La porta che avrebbe dovuto sorvegliare rimase incustodita e si
aprì. Ne uscì un uomo anziano, che si mise anche lui a guardare, incuriosito.
“Balistreri! Ecco il bastardo!” Un pensiero freddo e determinato mi
raggiunse. Vicino all’ingresso un uomo stava osservando l’anziano, con una mano
sotto la giacca ed intenzioni omicide. Nessuno si era accorto di lui, tutti
osservavano la finta rissa. In pochi secondi l’assassino avrebbe sparato al
vecchio e si sarebbe dileguato nella confusione. Non so cosa mi spinse ad
intervenire, forse il fatto che la messa in scena mi aveva dato sui nervi.
Muovendomi molto più veloce di un umano – ma nessuno mi fece caso - raggiunsi
l’obiettivo dell’attentato e lo spinsi a terra. Si udì sparare e una pallottola
si piantò nel muro dietro a dove sarebbe stata la sua testa un attimo prima
[i]
Nella mitologia di Twilight i vampiri non vengono inceneriti dal sole, ma la
loro pelle brilla come se fosse coperta di diamanti. Per non di farsi notare
dagli umani debbo pertanto evitare di essere direttamente investiti dai raggi
solari.

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