Amore e Psiche 3
Capitolo
3 - Roma 1686, seguito
Carlisle
Dovevo capire meglio quanto avevo udito,
perché qualcosa di malvagio si preparava ed io volevo saperne di più. Quella
notte non lasciai il palazzo ma, facendo uso dei miei poteri sovrumani, scalai
i muri e mi avvicinai alle finestre, ascoltando di nascosto e mettendo insieme
un mosaico di informazioni, troppo spesso irrilevanti. Però, trascorsa la
notte, fui in grado di ricomporre un quadro abbastanza comprensibile. In poche
parole, Innocenzo XI era considerato un nemico
del Cardinale e si temeva che presto avrebbe preso provvedimenti contro il mio
ospite. Il Pontefice lo sospettava di essere cristiano solo in apparenza, ma di
adorare segretamente gli dei dell’antichità. Avevo sentito sussurrare il nome
dei Fratelli dell’Olimpo, un qualche tipo di setta cui il Cardinale
apparteneva, anzi, forse dirigeva. La setta avrebbe tenuto una cerimonia negli
edifici romani sotto le fondamenta della Basilica di San Clemente.
Ero disgustato, ma ancora mi domandavo se
davvero la cosa mi riguardasse quando, il mattino seguente, ci fu una grande
agitazione. Nina era sparita, sua madre era disperata e Righetto sembrava un
fantasma, anche perché non gli era consentito esprimere i suoi sentimenti. Dato
che Sua Eminenza aveva lasciato il palazzo con ampio seguito per recarsi a una
qualche funzione, decisi di correre il rischio di introdurmi nelle sue stanze.
A parte il lusso degli arredamenti,
tuttavia, non c’era niente da vedere, né documenti né altro. L’appartamento era
pieno di opere d’arte di carattere religioso, spiacevoli per un protestante
come me, ma assolutamente normali per un Principe della Chiesa Cattolica. Una
grande riproduzione in stucco della pietà di Michelangelo colse la mia
attenzione. C’era qualcosa di sbagliato, visto che le altre statue e i dipinti
erano sicuramente originali. La mia vista acuta mi permise di notare una
fessura, più sottile di un capello, ai piedi del gruppo.
Cercai di sollevarlo delicatamente, ma non
si muoveva. Allora feci scorrere le dita lungo la base di legno, premendo sulle
rosette decorative che la ornavano. Una scattò e dopo mi fu facile rimuover
l’involucro di stucco e rivelare cosa si nascondeva al suo interno. Una statua
di marmo e non una statua cristiana.
Da un corpo di donna spuntavano tre teste,
coronate di fiamme. Sebbene diversa da altre immagini che avevo visto in
passato, potevo riconoscerla, visto che conoscevo l’antica religione e i suoi
miti. Mio padre mi aveva costretto a studiarla,, perché, malgrado odiasse tutto
ciò che era pagano, riteneva tali conoscenze utili alla sua lotta senza tregua
contro l’anticristo.
L’idolo rappresentava la dea oscura. Ecate.
La dea tripartita, Selene in cielo, Diana
sulla terra e Ecate nell’oltretomba, e anche sopra di esso, quando le tenebre
prendono il sopravvento. Il suo nome viene associato ad eventi malvagi e ai
crocicchi, luoghi di magia nera. Una dea temibile, che vaga nella notte
aspettando di colpire. Potente e capace di far perdere la ragione, ma anche di
offrire doni e ricompense a coloro che la onorano e ne ottengono il favore. Da
lei può dipendere il risultato di un confronto, di un duello, di una guerra. Per
chiedere il suo aiuto sono necessari appropriati sacrifici: un toro, un cane o
un’agnella, tutti dal pelo nero come la notte.[1]
Lasciai non visto gli appartamenti del
Cardinale e raggiunsi di nuovo il cortile. Adesso ero in grado di prevedere con
chiarezza cosa sarebbe accaduto. Se Roma non era un pozzo di iniquità,
certamente lo era la dimora che mi ospitava. Il cosiddetto uomo di Dio adorava
gli idoli, e aveva in programma un rito sacrilego, che sarebbe stato celebrato
la notte di domani. Un rito per il quale occorreva una vergine, che non sarebbe
sopravvissuta. La povera Nina era stata rapita, era lei l’agnella nera
destinata al sacrificio.
Non potevo restare indifferente, dovevo
cercare di salvarla.
Per prima cosa mi occorreva un alleato, e
non era difficile trovarlo. Cercai Righetto e lo condussi in un angolo
tranquillo. “Penso di sapere dove Nina è, o sarà tra breve,” gli dissi, “e rischia
di essere uccisa, ma posso fare qualcosa per impedirlo.” Il ragazzo mi
tempestava di domande e avrebbe voluto venire con me, ma lo convinsi che la
riuscita del piano dipendeva dal mio essere solo. Infatti avrei certamente
dovuto far uso dei miei poteri inumani, e non volevo che mi vedesse all’opera.
La cosa che mi preoccupava di più era di tradire il segreto dell’esistenza dei
vampiri, un crimine che Aro e i suoi Volturi puniscono con la morte.
Spiegai a Righetto che anche lui aveva
molte cose da fare per assicurare la riuscita del piano. Innanzi tutto, avrebbe
dovuto rubare due cavalli, scegliendo per me quello che si era già abituato al
mio corpo. Doveva sellarli e aspettare il mio ritorno con Nina, sperando in un
successo. Poi, saremmo fuggiti. Lo avrebbero sospettato del furto, sicuramente,
e magari anche d’altro, per cui non poteva pensare di rifugiarsi vicino, presso
parenti o amici. Per potersi dire davvero in salvo, lui e Nina avrebbero dovuto
lasciare lo Stato Pontificio e andare lontano, magari raggiungendo la
Repubblica di Venezia. Quindi, visto che sarebbe diventato ladro comunque,
tanto valeva che rubasse anche qualcosa di valore, da poter vendere in seguito,
fintanto che non avesse trovato lavoro. Lui non esitò ad acconsentire, tanta
era la forza del suo amore per Nina.
Lasciai il palazzo, per andare a studiare
in anticipo il luogo dove si sarebbe celebrato il rito. Per fortuna il cielo
era nuvoloso e potevo andarci subito. Il giovane monaco irlandese che mi fece
da guida era una miniera di informazioni. San Clemente non era una chiesa, era
una piramide inversa di edifici. La Basilica del XII secolo, ricca in mosaici e
opere d’arte, era stata costruita su di una chiesa del IV secolo, molto ben
conservata, edificata a sua volta sopra un’insula
romana, che conteneva un tempio mitraico sotterraneo, risalente al III secolo
dopo Cristo. Questa era Roma nel suo aspetto più affascinante, un tuffo
verticale nella storia.
Immaginai che il rito si sarebbe tenuto nel
tempio di Mitra, per cui chiesi alla guida di affrettare la nostra discesa.
Scendendo, si poteva sentire il rumore di acque che correvano. Da una finestra
scavata nella roccia era possibile vedere il fiume sotterraneo che, in passato,
aveva allagato l’intera area archeologica, prima che i Domenicani provvedessero
a deviarlo, liberando gli scavi. Continuando a scendere, raggiungemmo l’insula, passammo un vestibolo e
finalmente potei vedere il tempio mitraico, una sala abbastanza stretta,
fiancheggiata da basse panche di pietra. In mezzo c’era l’altare del dio, ai
cui piedi era stata posta una tavola di marmo. L’atmosfera era umida e fredda.
Mi guardai attorno: c’erano vari posti dove avrei potuto arrampicarmi e restare
nascosto dall’oscurità delle volte. Questo a patto, però, di trovare un modo di
entrare senza passare per la Basilica. Il Cardinale e i suoi accoliti avevano
sicuramente accesso, ma io dovevo cercare un altro ingresso. Il monaco si fece
improvvisamente nervoso, e poi mi disse che ero stato fortunato a vedere il
mitreo, che sarebbe stato chiuso ai visitatori a partire da quella stessa sera.
La notizia non mi sorprese, Tornati in superficie salutai la mia guida,
lasciandogli un’offerta per la sua comunità.
Il monaco mi aveva detto che il fiume
sotterraneo si riversava nella Cloaca Massima, la grande fogna costruita dai
Romani. Conoscevo il punto dove la cloaca scaricava nel Tevere e lo raggiunsi.
Era ormai sera e potevo introdurmi nella grande arcata senza essere notato. Mi
spogliai, lasciando in un angolo scuro i miei abiti e la parrucca, che avevo
indossato per coprire i miei capelli troppo biondi e riconoscibili. La cloaca
non era disgustosa come temevo, perché molti fiumi sotterranei ci si
riversavano, diluendone le acque, ed era possibile percorrerla all’asciutto,
camminando sul marciapiede di pietra che la costeggiava.
Corsi con la velocità della mia specie,
seguendo mentalmente la mappa della città sovrastante. Ora dovevo trovare il
fiume giusto. Dopo alcuni tentativi lo identificai, mi tuffai e ne risalii la
corrente finché non vidi sopra di me la finestra da cui avevo guardato verso il
fiume poche ore prima. Scalai il muro ed entrai facilmente. Il giorno seguente
avrei ripetuto l’esercizio. Stava arrivando gente, probabilmente per preparare
il rito della notte successiva, per cui mi rituffai nel fiume.
Tornato a palazzo, mi trattenni con
Righetto per perfezionare i nostri piani. Mi recai poi dal Maestro di Casa, per
annunciargli la mia partenza all’alba di due giorni dopo, dicendogli che sarei
andato a Civitavecchia, imbarcandomi per l’Inghilterra e lasciandogli una
lettera di ringraziamento per il Cardinale. Feci i bagagli, che affidai a
Righetto, chiedendogli di procurarmi un abito per Nina, e di aggiungere al suo
bagaglio cose che le sarebbero servite.
Il mattino seguente tornai alla Cloaca
Massima, mi spogliai, lasciando solo le brache e feci un fagotto dei miei
vestiti insieme all’abito per Nina che Righetto mi aveva dato. Tenni la mia
parrucca, tuttavia, insieme ad una maschera, che avvolsi in una tela cerata e
portai con me. Infatti sarei stato visto e non dovevo essere riconosciuto. Poi,
come il giorno precedente, raggiunsi il fiume sotterraneo e scalai il muro,
restando appeso all’esterno, sotto la finestra che conduceva agli scavi romani.
Ora dovevo solo aspettare.
A notte inoltrata sentii il tramestio di
gente che scendeva. Aspettai che fossero arrivati al Mitreo ed entrai a mia
volta, arrampicandomi poi su un pilastro del vestibolo. Numerose torce
illuminavano la scena. C’erano venti persone nel tempio, incappucciate e coperte
da ampi mantelli. Sopra l’altare di Mitra, ricoperto da un drappo color
porpora, era stata collocata la statua di Ecate che avevo visto nelle stanze di
Sua Eminenza. Sulla tavola di marmo ai suoi piedi era stesa Nina, nuda,
immobile e con gli occhi chiusi, certamente drogata..Uno dei partecipanti
avanzò verso l’altare e parlò in latino. Riconobbi la voce del Cardinale Salvi
Donati.
“Coram
dea deicite vos”, recitò, chiedendo agli astanti di inginocchiarsi di
fronte alla divinità. Come lo ebbero fatto, continuò la sua preghiera blasfema,
ordinando infine ai fedeli di alzare le proprie voci per invocare Ecate, e
tutti si misero ad ululare come cani. Mi ricordai in quel momento che i pagani
ritenevano che gli ululati fossero graditi alla dea. Il suono si fece sempre
più forte e ad un tratto accadde una cosa incredibile. I sei occhi dell’idolo
si spalancarono, luminosi e fiammeggianti. Allora il Cardinale formulò la sua
richiesta:. La morte di Innocenzo XI. In cambio, una vita per una vita, I
fedeli offrivano ad Ecate quest’agnella nera..….
Si avvicinò a Nina ed alzò il pugnale che
aveva tratto dalle sue vesti …
Balzai dalla colonna e gli fui sopra in un
secondo. Lo gettai con forza verso la parete e sentii il rumore di ossa che si
rompevano, mentre il pugnale cadeva al suolo. La sua spalla. probabilmente. Non
amo la violenza, ma non ero certo dispiaciuto. Raccolsi Nina tra le braccia e
mi affrettai verso l’uscita, ma qualcosa mi costrinse a voltarmi. I sei occhi
della statua mi fissavano. Parlò, e se avessi avuto ancora sangue, mi si
sarebbe gelato nelle vene.
“A mea ultione non effugis,” sibilò,
promettendo che non le sarei sfuggito. Poi gli occhi si richiusero e fu
nuovamente solo un pezzo di marmo. Corsi alla finestra e mi gettai con Nina
nelle acque sottostanti.
[1] Non tutti gli attributi di Ecate sono negativi. Ma
per questa storia ho scelto di farne una divinità malvagia.

Commenti
Posta un commento