Amore e Psiche 2



Capitolo 2 - Yale/Roma
Yale anno 201…
Bella
I singhiozzi secchi e senza lacrime della nostra specie mi scossero a lungo, mentre il non-sogno si dissolveva. Poi mi misi a riflettere intensamente. Era un messaggio del mio subconscio che mi diceva che, come Psiche, dovevo andarlo a cercare? Ma dove? Alice aveva raccomandato di attendere finché non avessi saputo cosa fare e io non avevo alcun indizio. Pensa, Bella, pensa! Macché, non mi veniva in mente nulla.

Trascorsero alcuni giorni. Visitai la biblioteca del college, ma non trovai niente che mi potesse aiutare. Tuttavia continuavo a credere che la mia visione avesse un significato.
Arrivò il giorno di inizio del corso. Mi dissi che avrei fatto bene ad andare, continuando a vivere normalmente, finché non avessi capito. Mi infilai i jeans e una camicia qualunque. Non c’era più Alice a sgridarmi e a dirmi che ancora non avevo imparato a vestirmi come si deve. Oh, Alice, sorella … no, non dovevo piangere. Dovevo fidarmi di lei. Misi in uno zaino i miei libri e un grosso blocco a spirale che proprio lei mi aveva regalato, l’ultima volta che l’avevo vista. Traversai il campus verso l’edificio dove si sarebbe svolto il corso. Avevo preso una scorciatoia che passava dietro un altro padiglione, quando lo vidi. Un puma. 
Ma era …  trasparente: le foglie del cespuglio dietro di lui erano visibili attraverso il suo corpo snello. Un’altra visione? Stavo diventando pazza? I vampiri possono impazzire? Procedeva in avanti, nella mia stessa direzione, voltando ogni tanto il capo, come a controllare se lo seguivo. Poi sparì all’improvviso.
Raggiunsi l’aula come stordita. Era ancora presto e pochi studenti erano già arrivati. Mi scelsi un posto, sperando che a nessuno venisse in mente di sedersi accanto a me. Alcuni mi guardavano incuriositi, bella, pallida, diversa e sola. Non c’era Edward accanto a me a indicare la mia appartenenza. Meglio aver l’aria occupata. Tirai fuori i libri e il blocco, ancora avvolto nella plastica. La strappai, aprendolo poi alla prima pagina. E vidi una parola, scritta nell’elegante calligrafia di Alice.
Ecate.
Roma 1686
Carlisle
Davvero frustrante. Arrivato a Roma con la speranza di incontrare il Dottor Marcello Malpighi, non l‘avevo trovato. Ci eravamo scritti e lui avrebbe dovuto essere qui, invece era tornato a Bologna al seguito del suo protettore, il Cardinale Pier Antonio Pignatelli. Ora, per vederlo, avrei dovuto andare di nuovo a nord.

Ci tenevo molto ad incontrare lo studioso italiano. Le sue ricerche stavano aprendo nuove strade in campo medico. Tra i primi ad usare il microscopio, aveva completato gli studi di Harvey sulla circolazione sanguigna, osservandone il flusso attraverso i capillari. Poi, con il De pulmonibus, aveva esplorato la struttura e la natura dei polmoni. 

Il progresso della medicina era imperativo. Negli ultimi 60 anni pestilenze ed epidemie avevano devastato l’Europa senza che alcuno, me compreso, avesse idea di come combatterle. Molti dei miei colleghi si compiacevano della propria ignoranza, mentre io cercavo tutte le informazioni che mi potessero aiutare a diventare un medico migliore.

Bene, non c’era nulla che potessi fare, ora. Ma, visto che ero arrivato a Roma, dovevo ammettere di essere assai curioso di visitare la città che il mio defunto padre definiva ‘un pozzo di iniquità’. Con oltre 100 mila abitanti, che ne facevano una tra le più grandi città europee, Roma era ancora una delle capitali delle arti. Si costruivano chiese e palazzi nel nuovo stile chiamato barocco, e artisti giungevano da ogni parte per mettersi al servizio del papa o di importanti cardinali. C’era un costante afflusso di pellegrini, viaggiatori e traffichini, questi ultimi alla ricerca dei favori della Curia.

Ero ospite del Cardinale Salvi Donati. Quando avevo lasciato Volterra per Roma, Aro mi aveva dato una lettera di presentazione. “Mio giovane amico”, aveva detto, ed infatti ero giovane, se paragonavo la mia età ai suoi millenni di esistenza, “certamente non vorrai andare in una locanda. Anche se la nostra pelle è immune ai morsi di pulce, troveresti anche la migliore davvero troppo sporca per i tuoi gusti. Il caro Cardinale Salvi Donati sarà felice di estendere la sua ospitalità ad un mio amico.”

Avevo accettato, con qualche incertezza. Amicizia tra un vampiro e un uomo di Dio? Basata su cosa? Forse sulla comune passione per le opere d’arte e di ingegno? Sì, era possibile, nell’Italia di oggi dove, come nel secolo precedente, l’aristocrazia aveva grande interesse per l’arte, e tuttavia … Per di più, il mio commiato da Aro era stato cordiale, ma non privo di un certo imbarazzo. Io non intendevo cambiare le mie abitudini alimentari e fare finta di non vedere quello cha accadeva nella fortezza dei Volturi mi riusciva sempre più difficile. Per cui avevo dovuto andarmene, e Aro non ne era stato affatto contento. Mentre mi raccomandava di presentarmi al suo amico cardinale, colsi la fuggevole ombra di un sorrisetto maligno sul suo volto.

Il mio status di ospite di Sua Eminenza era di tipo medio. Ovvero, l’avevo incontrato al mio arrivo, ma certo non ero invitato alla sua tavola. Un vero sollievo per me, costretto a rigurgitare il cibo umano, se dovevo mangiarne. I pasti venivano serviti separatamente a persone di rango inferiore, non servi, di sicuro, ma amministratori, segretari, preti di minore importanza e precettori dei nipoti del Cardinale. Se fossero davvero tutti nipoti, non volevo saperlo. Comunque non eravamo più nel secolo scorso, quando i Principi della Chiesa avevano amanti ufficiali e non se ne vergognavano. Io mi ero scusato, dicendo che preferivo provare le molte taverne vicino al palazzo e così avevo risolto il problema.

Roma è una città soleggiata, per cui spesso non potevo uscire fino al tramonto. Me ne restavo in camera mia, o anche nel cortile del Palazzo, dove mi trattenevo a leggere all’ombra delle arcate. Andare a caccia era un serio problema. Nella campagna romana, infestata dalle zanzare e dalla malaria, si trovavano cinghiali, ma talvolta ero costretto a rubare. Molte greggi attraversavano le strade della città e una pecora poteva sparire facilmente. Un pasto davvero poco gradevole.

Per questo motivo non sarei rimasto a lungo. Ma, a parte l’arte e l’architettura, c’era qualcos’altro che mi interessava a Roma, e precisamente il Papa. Innocenzo XI stava affrontando il dissidio tra la Chiesa di Roma e quella riformata in modo cauto e illuminato e questo era certamente qualcosa di nuovo. Inoltre intendeva fare il possibile per preservare purezza di fede e moralità tanto nei fedeli che nel clero. Voleva che i preti conducessero una vita esemplare e fossero istruiti. Aveva riformato i monasteri di Roma e introdotto regole che prescrivevano un abbigliamento modesto per le nobili romane. Infine, aveva soppresso le bische e il gioco d’azzardo. Secondo certe voci, il Pontefice si preparava ora ad intervenire severamente contro alcuni alti prelati, che mantenevano ancora lo stile di vita peccaminoso del secolo precedente, prima del Concilio di Trento.

Dopo qualche tempo, a causa delle ore che ero costretto a passare nel cortile ombroso, finii per fare amicizia con Righetto, un giovane mozzo di stalla. Era di buon carattere e curioso di tutto. Mi chiedeva della vita a Londra e avrebbe voluto viaggiare, ma era anche innamorato. Mi confidò che la ragazza che gli aveva preso il cuore era Nina, figlia di una delle lavandaie del palazzo, che stava imparando il mestiere di acconciatrice, per poi entrare al servizio di qualche dama altolocata. Il poveretto pensava che non sarebbe stato accettato come pretendente, perché i genitori avevano ormai aspettative più elevate. Nina, bruna e molto graziosa, traversava il cortile più spesso del necessario, sperando di vedere il bel Righetto.

Sarò per sempre grato al giovane stalliere, perché mi ha insegnato un trucco per domare i cavalli. I vampiri che bevono sangue umano non hanno problemi a cavalcare, ma io, che mi nutro di sangue animale, non potevo farlo. Quando mi avvicinavo, le bestie scalpitavano terrorizzate, per cui non potevo montare, anche se, prima della trasformazione, ero stato un cavaliere esperto. Nei miei numerosi viaggi facevo uso di carrozze, per quanto possibile, ma spesso dovevo andare a piedi e questo, in un mondo che fa caso alle apparenze, rischiava di compromettere la mia autorevolezza di medico.
Quando Righetto si accorse che i cavalli impazzivano al mio avvicinarsi, si mise a ridere e mi disse che conosceva un sistema sicuro per domarli, un segreto di famiglia. Poi, dato che non sarei mai stato un suo concorrente, me lo insegnò. Si avvicinò al cavallo più nervoso, alzando un dito, poi fece uno strano schiocco con la lingua e appoggiò il dito in un particolare punto della testa, emettendo un altro suono. L’animale si immobilizzò. Provai a fare lo stesso con il cavallo più mite delle scuderie, mentre Righetto lo teneva fermo. E la cosa funzionò, permettendomi di montargli in groppa e farlo muovere. Da quel giorno fui in grado di cavalcare di nuovo, a patto di scegliere animali poco aggressivi, castroni o giumente, di preferenza. Tremavano un po’, all’inizio, ma si sottomettevano.

Stavo già per decidere la mia partenza da Roma, stavolta possibilmente col cavallo che avrei comprato, quando accadde qualcosa di imprevisto. Mentre sedevo come sempre sotto le arcate, il mio udito finissimo mi permise di sentire una conversazione a voce bassa che proveniva da una delle stanze che davano sul cortile. Rimasi immobile, sorpreso. La persona che parlava era il confessore personale del Cardinale, il suo compagno era il capo delle guardie mercenarie di Sua Eminenza.

“E’ per dopodomani notte,” stava dicendo il prete, “ma la vergine designata si è ammalata improvvisamente ed è morta. Dobbiamo trovare una sostituzione e non abbiamo molto tempo. Ma forse Nina potrebbe fare al caso nostro. Coi suoi capelli corvini rappresenta bene l’agnella nera gradita ad Ecate.”
Un orribile evento stava per verificarsi, visto che una conversazione simile non poteva aver alcuna interpretazione innocente. “Dove si terrà il rito?” Chiese il mercenario. “Sotto San Clemente.” rispose il prete, poi entrambi si allontanarono.


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