1900 -5
New York – Il Molo Hudson, 3 settembre 1900. 10 am
Carlisle
Cullen aspettava che i passeggeri scendessero dalla nave. Il cielo era coperto
per fortuna: dalla fine d’agosto il tempo si era guastato e pioveva spesso.
Comunque, erano venuti preparati anche al sole: lui indossava un cappello a
tesa larga e i guanti, mentre Bella aveva una veletta piuttosto spessa. A
maggior protezione stava anche usando il suo talento, per cui probabilmente le
altre persone in attesa non avrebbero neppure notato la figura femminile al suo
fianco.
Bella … la
decisione arrischiata di trasformarla aveva avuto un esito fortunato: una volta
uscita dai tormenti della metamorfosi, aveva accettato senza eccessive
difficoltà la dieta animale che lui le aveva proposto, perché trovava orribile
l’idea di uccidere qualcuno per sfamarsi. Dopo pochi mesi, con gli occhi ancora
rossastri, era già in grado di avvicinarsi agli esseri umani senza aggredirli.
Ora le sue iridi erano dorate come quelle di Carlisle, ma infinitamente più tristi.
Quando le
avevano sparato stava attendendo che l’uomo che amava arrivasse dall’Italia per
sposarla e il fatto che questo ora non fosse più possibile, che lo avesse
perduto per sempre, l’aveva resa inconsolabile. Tuttavia non condannava
Carlisle per averla trasformata, particolarmente dopo aver saputo dell’appello
disperato rivoltogli da suo padre. Ora voleva solo una cosa: vendicarsi dei
suoi assassini.
Sapeva chi
erano. Avevano colpito a volto scoperto e ne aveva riconosciuto uno, prima di
cadere: era un poliziotto. Con Carlisle avevano cercato di comprendere le
ragioni dietro all’omicidio, aiutati dal fatto che, alcune notti prima, Bella
era stata svegliata da un alterco. Suo padre stava discutendo con alcuni
colleghi e lo aveva sentito gridare “andate al diavolo, bastardi corrotti!”
prima di buttarli fuori di casa. Tra loro c’era quello che poi aveva sparato.
La
corruzione nei ranghi della polizia non era niente di nuovo ed evidentemente ci
si aspettava che il nuovo arrivato non avesse nulla da obiettare, ben contento
di prendersi la sua parte di mazzette. Ma Charlie Swan era un uomo onesto e non
aveva voluto saperne. Spaventati, temendo che li denunciasse, gli agenti
corrotti avevano deciso di garantirsi il suo silenzio uccidendolo. La presenza
della figlia era stata un inevitabile danno collaterale. Il corpo di Bella però
non era stato ritrovato, inspiegabilmente, e ora gli assassini dovevano essere
terrorizzati al pensiero che ci fosse una testimone ancora in vita.
Quella
testimone adesso era immortale, e portava i segni di un talento davvero
speciale, molto al di là delle normali caratteristiche dei vampiri. Carlisle
non aveva potuto valutarlo appieno, ma riteneva che si trattasse di uno scudo
mentale che Bella era in grado di proiettare all’esterno. Di fatto, riusciva ad
elevare una barriera che la faceva diventare non proprio invisibile, ma quasi.
Non la si notava, spariva. Dapprincipio questo era avvenuto per caso,
sorprendendo il suo creatore, ma poi si erano esercitati insieme, in modo che
lei potesse controllare il suo talento. Carlisle avvertiva comunque la sua
presenza, quando lei alzava lo scudo, ma gli umani no, per periodi di tempo
sempre più lunghi. Un dono utilissimo, che per esempio le permetteva di stare
all’aperto anche sotto il sole, senza che alcuno vedesse la sua pelle
impenetrabile brillare, come accadeva alla loro specie.
Con la
furia tipica dei vampiri giovani Bella voleva trovare e annientare gli assassini
del padre, cominciando da quello che aveva riconosciuto. Carlisle tremava ancora
al ricordo delle loro aspre discussioni. Aveva temuto di non riuscire a
fermarla, di non essere in grado di impedirle di uccidere. Alla fine, tuttavia,
l’aveva convinta ad accettare un piano migliore, ovvero la completa
eliminazione della corruzione all’interno del distretto di polizia. Per questo
le aveva promesso il suo aiuto in ogni cosa che non includesse l’omicidio.
Era nata così
una strana coppia di investigatori. Insieme avevano restaurato la baracca dove
era avvenuta la trasformazione. Nascosta tra i picchi rocciosi delle Palisades,
la cava abbandonata era difficile da raggiungere per chi non conoscesse la
strada, ma abbastanza vicina a Newark da costituire un rifugio sicuro e
un’ottima base operativa.
Non visti,
agilissimi, silenziosi e dotati di un udito soprannaturale, avevano potuto
spiare conversazioni sussurrate e incontri segreti, fino a ricomporre un
complesso mosaico. C’erano voluti molti mesi, ma alla fine erano stati in grado
di compilare un rapporto che elencava nomi, date e complicità. A parte la
protezione accordata a bordelli e bische clandestine, gli agenti corrotti
prendevano soldi per coprire anche estorsioni e strozzinaggio. Se un negoziante
messo sotto pressione dalla malavita commetteva l’errore di parlarne col
poliziotto sbagliato, di lì a poco il suo esercizio prendeva inspiegabilmente
fuoco. Una lezione che convinceva altri negozianti a tacere e sottomettersi.
Una volta completato il lavoro, i due vampiri
mandarono anonimamente il rapporto a James Seymour, sindaco di Newark, e a
Samuel Grey, Ministro di Giustizia del New Jersey. Una terza copia, per
prudenza, fu inviata al Newark Evening News, il giornale più importante delle
Stato.
I fatti denunciati erano troppo gravi per essere
insabbiati e lo scandalo esplose. Fu aperta un’inchiesta e, mentre era ancora
in corso, un altro poliziotto venne assassinato – era impaurito e voleva
parlare, in modo da ottenere l’immunità. Non fu un lavoro pulito però, e mise i
poliziotti corrotti ancora più nei guai. Altri complici cominciarono a
confessare, finché il giro di corruzione fu completamente distrutto, varie
teste caddero e molti colpevoli finirono in carcere.
Raggiunto il suo obiettivo, Bella era di nuovo
piombata nella malinconia. L’affetto e l’amicizia che la legavano al suo creatore
non erano abbastanza per riempire un’esistenza che sentiva mostruosa e inutile.
Non lo odiava per quello che le aveva fatto, ma il
rimpianto per la vita umana che le era stata strappata e per l’amante che aveva
perduto era incessante. “Avresti fatto meglio a lasciarmi morire,”
singhiozzava, e Carlisle faticava a trovare parole che potessero consolarla.
“Perché mi hai cambiato?” Ogni volta che poneva questa
domanda, Carlisle non trovava una risposta abbastanza convincente e ne
soffriva, sorpreso dalla forza dei sentimenti che provava per lei. Non c’era
tra loro nulla di romantico e men che mai di sessuale, e tuttavia l’amava
molto, domandandosi se si trattasse di un sentimento simile a quello di un
padre per la propria figlia: desiderio di proteggerla e di vederla trovare la
sua strada. Ma un padre umano non avrebbe condannato la figlia a questa eterna,
innaturale esistenza … e i sensi di colpa continuavano a tormentarlo.
Passava il tempo e Bella insisteva perché Carlisle
tornasse alla professione medica; era evidente che lo desiderava, ma lui, prima
di farlo, sperava di vederla scegliere qualcosa che la interessasse, che le
desse un qualche scopo. Purtroppo, non sembrava che ci fosse nulla che servisse
a distrarla, considerando anche i limiti impliciti nella loro natura.
Poi arrivò il telegramma rispedito da Leah e Bella
diventò frenetica.
New York – Il Molo Hudson, 3 settembre 1900. 11 am
La Regina
Margherita aveva gettato l’ancora ed eravamo finalmente arrivati, dopo un
viaggio che era durato un mese, come previsto. Trenta giorni di nave a vapore diceva il canto anonimo degli
emigranti ed era stato proprio così.
Per noi,
passeggeri privilegiati della prima e seconda classe, le pratiche di sbarco
erano facilitate dai funzionari dell’immigrazione e della dogana, che venivano
direttamente in cabina per esaminare i nostri documenti e autorizzarci a
lasciare la nave. Il solo fatto che avessimo potuto permetterci il biglietto
garantiva che non saremmo stati un peso per lo Stato americano. Una volta che fossimo
scesi, sarebbe venuto il turno dei passeggeri di terza classe, che,
immediatamente imbarcati su un ferry, sarebbero stati trasportati a Ellis
Island e alle umiliazioni che li attendevano, prima di essere ammessi nella
“terra delle opportunità”. Anche io ricevetti il mio permesso di sbarco senza
alcun problema: Corrado Sergi aveva il visto ed era atteso dallo zio, prospero
proprietario di due ristoranti. Senza indugio mi preparai a scendere a terra,
pensando al modo più rapido di traversare l’Hudson ed arrivare a Newark per
cercare Bella. Al di là di quello, non avevo alcun piano ma, se non fossi
riuscito a trovarla da solo, avrei cercato Leah a Paterson, per farmi aiutare.
New York – Il Molo Hudson, 3 Settembre 1900. 11,15 am
“Bella,
sei sicura che sia una buona idea?” aveva chiesto Carlisle quando, poco dopo la
sua metamorfosi, lei lo aveva implorato di affittare una casella postale a suo
nome.
“Io ..io
non gli risponderò, te lo prometto, davvero. Ma non posso rinunciare alle sue
lettere, ho bisogno di avere notizie, di sapere come sta. Tanto, non durerà a
lungo. Prima o poi si stancherà di scrivere, vedrai,” aveva concluso Bella
amaramente.
Poiché
Carlisle esitava ancora, lei smise di insistere. Si lasciò scivolare sul
pavimento scossa dai singhiozzi e rimase lì anche dopo, immobile, muta, così
evidentemente disperata che alla fine lui non poté che acconsentire alla sua
richiesta.
Poi Bella
scrisse a Leah, dicendole che era miracolosamente sfuggita agli assassini del
padre, ma che era ancora in pericolo. Era meglio che nessuno sapesse dove
stava, ora. Se fossero arrivate lettere per lei, l’amica doveva reindirizzarle
ad una certa casella postale, affittata a nome di una amico fidato.
E le
lettere continuarono ad arrivare. Evidentemente Edoardo era innamoratissimo di
Bella e persisteva testardamente a scriverle, malgrado non ricevesse alcuna
risposta. Una volta, passate le ore di profonda tristezza che seguivano
l’arrivo di ciascuna lettera, Bella disse a Carlisle che Edoardo le scriveva di
temere che qualcosa le impedisse di rispondere, ma che era certo di non esser
stato dimenticato e di essere ancora atteso. Quanto a lui, viveva solo per
tornare a sposarla.
L’ultima
missiva era stata breve. Edoardo le annunciava la morte del padre. Era esausto,
ma intendeva sistemare i suoi affari e poi prepararsi a partire.
Il
telegramma, che Leah aveva fedelmente imbustato e mandato alla casella postale,
era molto strano: apparentemente era stato inviato da qualcuno che Bella non
conosceva – un certo Corrado Sergi – ma era firmato E ed annunciava il suo
arrivo a New York per i primi di settembre, a bordo della nave Regina
Margherita.
Ora,
guardando la snella figuretta di Bella, così tesa ed immobile da destare
sospetti, se il suo talento non avesse impedito che la gente la notasse,
Carlisle era molto preoccupato di quello che sarebbe potuto succedere.
“Voglio
solo rivederlo ancora una volta, non mi riconoscerà, userò il mio scudo,” gli
aveva promesso, ma lui temeva che si stesse illudendo. Una volta che lo avesse
rivisto, a pochi passi da lei … Poiché non poteva impedirle di andare, Carlisle
decise di accompagnarla, una volta che gli armatori ebbero resa pubblica la
data esatta d’arrivo della nave. Se, una
volta che lo avesse rivisto non avesse resistito al desiderio di farsi
riconoscere, se, malgrado tutto, avessero tentato di riprendere una relazione
impossibile, proibita … e se i Volturi … Sarebbe potuto finire tutto in
tragedia … e tuttavia … voleva davvero che lei rimanesse sola per sempre, come
lui stesso era? Ma quale compagno della sua specie poteva mai trovare, che
condividesse la loro dieta? Gli unici vampiri che, come loro due, si astenevano
dal sangue umano erano femmine …
I suoi
pensieri si interruppero di colpo quando i passeggeri cominciarono a scendere. La
piccola folla in attesa si mosse in avanti e Carlisle notò, in testa al gruppo,
due poliziotti in divisa e un uomo in borghese che osservava attentamente i
nuovi arrivati …
New York – Il Molo Hudson, 3 settembre 1900. 11,15 am
Un gruppo
di persone ben vestite era in attesa sul molo. Tra loro mi colpì un uomo alto,
il volto ombreggiato da un cappello a larga tesa, che superava tutti di una
buona testa. Al suo fianco mi sembrò ci fosse una donna molto più piccola,
pesantemente velata, ma dovevo essermi sbagliato, perché un attimo dopo non la
vidi più. Strano … ma non era cosa che mi riguardasse. Tra gli astanti,
tuttavia, ce n’erano tre che si facevano notare per la loro diversità. Erano
due poliziotti in divisa e un uomo che non l’indossava, ma era come se ce l’avesse.
Cercavano qualcuno? Mi spaventai, cercando di non darlo a vedere e ripetendomi
che probabilmente era una procedura normale.
Poi mi
resi conto che conoscevo l’uomo in borghese e sobbalzai, distogliendo subito lo
sguardo. Era l’agente della Pinkerton che mi aveva interrogato su Bresci tanti
anni prima. Era logico, mi resi conto: il Re d’Italia era stato assassinato da
un anarchico venuto dall’America e, se aveva avuto complici, era possibile che
anche loro venissero da lì e ora cercassero di ritornarci, visto che non erano
stati scoperti. Per cui un agente che conosceva bene la comunità anarchica di
Paterson era stato messo di vedetta, sperando che riconoscesse qualcuno.
Sicuramente, dopo di noi avrebbe rivolto la sua attenzione ai passeggeri di terza
classe.
Merda. Mi
maledivo per essere senza cappello. Il colore dei miei capelli si faceva notare
e forse ricordare. Non esattamente rossi e non esattamente biondi, anche se sul
passaporto di Corrado erano descritti come castani, il che - vista la limitata
padronanza linguistica del personale della Questura - era stata considerata una
definizione accettabile. Ora però l’agente mi stava fissando. Cercai di
rimanere impassibile, finché lui non gridò:
“Masi,
Edoardo Masi, vieni qua!” Avanzai lentamente verso i poliziotti ma, non appena
alcune persone si frapposero tra me e loro e mi offrirono copertura, girai sui
tacchi e mi misi a correre.
Non ero
abbastanza veloce. Il mese trascorso quasi sempre in cabina, con poco esercizio,
mi faceva sentire le gambe di piombo e il fiato corto. I miei inseguitori
guadagnavano terreno. Diversi ostacoli - bauli, ceste, carrelli e altra gente -
mi respingevano verso il bordo del molo. Non c’erano altre vie di fuga e una
volta arrivato lì mi avrebbero preso. Uno dei poliziotti sparò un colpo in
aria.
Mi gettai
nel fiume.
Avrei
voluto allontanarmi nuotando sott’acqua e ricomparire un po’ più avanti, al
riparo delle pietre sporgenti del molo, prendere fiato e sommergendomi di
nuovo, fino che non avessi coperto una buona distanza. Ma la prima volta che
emersi fui trascinato da una corrente fortissima che mi mandò a sbattere con la
schiena contro qualcosa di duro. Provai un dolore terribile, qualcosa mi colpì
in testa e persi ogni controllo, mi entrava acqua nel naso, cominciavo ad affondare
…. Capii che stavo per morire ….
(Continua…)

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