1900 -4



1900 - 4

Rotta Genova-New York – 19 agosto 1900. Sera

Dalla porta aperta del salone di seconda classe mi giungeva la melodia di un pianoforte. Mi piaceva e da bambino avevo anche preso lezioni. Ero dotato, o così mi era stato detto. Poi però la mia anziana insegnante si era ritirata, proprio nel tristissimo periodo in cui mia madre era venuta a mancare. Afflitto e distratto, papà non si era preoccupato di rimpiazzarla. E di lì a poco la politica aveva assorbito tutto il mio tempo libero.

La prima volta che ho visto Bella pensavo proprio al pianoforte. L’aver volontariamente abbandonato i miei compagni anarchici mi pesava, mi sentivo vuoto e inutile. Sapevo di aver perso fin troppo tempo e di dover riprendere a studiare, ma ero indeciso e avevo chiesto a mio padre di concedermi un anno prima del college. Lui avrebbe voluto che studiassi ingegneria, ma a me non andava proprio. Erano le scienze economiche a interessarmi, perché volevo conoscere e capire meglio il nemico. Anche se mi ero allontanato dai miei compagni, le mie idee non erano cambiate: sapevo che il sistema capitalista era crudele e ingiusto e un giorno avrei voluto fare qualcosa in proposito, per cui era necessario che ne capissi i meccanismi. Ormai ero convinto che la redenzione dei lavoratori non sarebbe arrivata tramite omicidi “esemplari”. Non c’erano scorciatoie, sarebbero occorsi anni di lotta politica organizzata …

Avevo però anche bisogno di qualcosa che mi rallegrasse, e stavo pensando di riaccostarmi alla musica, riprendere qualche lezione, magari. Era sicuramente troppo tardi perché il piano potesse essere qualcosa di più di un passatempo, ma ne avrei tratto conforto.

Assorto nei miei pensieri, stavo facendo una passeggiata solitaria sul sentiero che permette di ammirare le grandi cascate del fiume Passaic, (1) quando notai due ragazze che camminavano un po’ più avanti. Una era alta ed atletica mentre l’altra era piccola e sottile, con un vitino di vespa: una vista piacevolissima. La giornata era serena e ventosa e una folata più forte delle altre le portò via il cappellino di paglia dalla testa. Mentre si affrettava a recuperarlo, le cadde il libro che aveva in mano. Io mi precipitai a raccoglierlo e così la vidi in faccia. 

Era molto graziosa e il sole creava riflessi color mogano nei capelli castani. I suoi occhi bruni si persero nei miei, per un attimo, e anche il rumore della cascata sembrò attenuarsi mentre ci guardavamo. Purtroppo il momento passò in fretta e, dopo uno scambio di cortesie, non potei fare altro che lasciarle proseguire il cammino con la sua amica. Non sapevo il suo nome, ma qualcosa avevo scoperto. 

Il libro che le era caduto aveva l’etichetta di una biblioteca circolante e fu lì che mi piazzai di vedetta nei giorni a seguire. La mia pazienza fu ricompensata quando Bella venne finalmente a cambiare il volume, La Principessa Casamassima di Henry James, un romanzo che avevo letto anche io, perché trattava proprio di un giovane che si impegna a compiere un omicidio politico ma all’ultimo momento se ne pente e, per non mancare alla parola data, si uccide. Una lettura insolita per una ragazza. 

Non servì altro, perché lei era attratta da me come io da lei. Ci presentammo, facemmo una passeggiata, le chiesi di incontrarmi il pomeriggio seguente, al diavolo le convenienze e gli chaperon. Lei accettò e cominciammo a vederci regolarmente, all’aperto dapprincipio e poi, quando il tempo si mise a brutto, trovammo una tranquilla sala da tè lontana dai quartieri che frequentavamo abitualmente. Non molto tempo dopo le dichiarai i miei sentimenti ed ebbi l’immensa gioia di sapere che erano ricambiati. 
Cominciammo a fare piani per il futuro. Bella aveva terminato le scuole superiori e avrebbe seguito un corso per insegnare alle elementari, mentre io dovevo ancora cominciare il college. Però, alla maggiore età sarei entrato in possesso di una piccola eredità lasciatami di mia madre, non molto, ma forse abbastanza per vivere finché non avessimo completato gli studi. Non credevo che mio padre si sarebbe opposto all’idea di un matrimonio precoce; sicuramente lo avrebbe visto come la prova che avevo finalmente messo la testa a posto. In seguito, se lei avesse voluto lavorare, io non avrei avuto nulla in contrario. Questo certamente mi era rimasto della mia esperienza politica: le donne erano uguali agli uomini e avevano gli stessi diritti. 

Così stavano le cose quando l’ira di Charlie Swan discese su di noi. Continuammo a vederci in segreto, con l’aiuto di Leah. Bella andava a trovarla ogni volta che poteva e usciva subito dalla porta di dietro, in modo da non esser vista, in caso i colleghi del padre l’avessero tenuta d’occhio. Poi, veniva a casa mia. In fondo al cortile c’era un capanno degli attrezzi dove mio padre si rinchiudeva per sperimentare certe sue piccole invenzioni. Nulla della portata di quelle di Meucci, naturalmente, ma il piacevole passatempo di un uomo molto solo. 

Ora però aveva troppo lavoro e il capanno era inutilizzato. Pulitissimo e ordinato, aveva acqua corrente e persino un vecchio divano per i suoi sonnellini. Una stufa a legna ci salvava dal freddo e un fornello a spirito mi permetteva persino di offrirle il tè. Il capanno aveva una porta che dava sul vicolo all’esterno, così potevo fare entrare Bella senza che la nostra governante se ne accorgesse. Ci vedevamo quando ci era possibile, e continuavamo a fare piani per il futuro, pur sapendo che avremmo dovuto aspettare che lei diventasse maggiorenne per poterci sposare. Non aveva importanza, avremmo aspettato tranquillamente … andava tutto bene … fino al giorno in cui papà mi annunciò che saremmo presto tornati in Italia.

Rotta Genova-New York – 26 agosto 1900. Alba

Un’altra notte insonne. Camminavo sul ponte avanti e indietro, ricordando e tremando di nostalgia e di desiderio. Così avevo camminato nel capanno aspettando che Bella venisse a trovarmi per l’ultima volta …
Se non fossi stato così avviluppato nella mia storia d’amore mi sarei accorto prima delle intenzioni di mio padre. La fabbrica di locomotive dove lavorava non andava affatto bene. (2) Correvano voci di un’acquisizione e in quel caso avrebbe potuto essere mandato via. Meglio andarsene prima, alle sue condizioni. In più, gli Stati Uniti l’avevano deluso e non aveva forti legami sentimentali o familiari con il paese. 

Quello che era capitato a Meucci l’aveva disgustato, distruggendo le sue illusioni sul mito americano. Ora voleva solo tornare a casa. Aveva abbastanza risparmi e investimenti per potersi ritirare nella proprietà agricola vicino a Milano che i suoi genitori gli avevano lasciato.
“In fondo è una fortuna che tu non ti sia ancora iscritto ad un college, Edoardo,” mi aveva detto. “Così puoi cominciare l’Università direttamente in Italia e conoscere il tuo paese, finalmente. Eri un lattante quando siamo venuti qui.”

Come avrei dovuto rispondergli?
“No, papà, non posso partire perché ho conosciuto una ragazza e la voglio sposare …” Non ero ancora maggiorenne, anche se mancava poco, ma Bella era più giovane di me. Non c’era modo di convincere Charlie Swan a farci sposare, visto che mi detestava. Scappare insieme? Figurarsi, con la figlia di un poliziotto. Ci avrebbero ritrovati subito. 

Le avevo detto che avrei tentato di convincere mio padre a farmi continuare gli studi in America ma, non potendogli dire la vera ragione, che comunque sarebbe servita a poco, non riuscii a smuoverlo. Oltre a tutto, era molto preoccupato per le amicizie che mi ero fatto in città – anche se si era reso conto che avevo smesso di frequentare gli anarchici – ma di sicuro non avrebbe lasciato un figlio di appena vent’anni solo al di là dell’Oceano.
Poi comprò i biglietti e non ci fu più tempo.

Quando Bella arrivò quel pomeriggio, dapprincipio ci abbracciammo piangendo. Lei mi giurò che mi avrebbe aspettato per tutto il tempo necessario, io le promisi che avrei studiato sodo e avrei trovato il modo di convincere mio padre. Però, se non ci fossi riuscito, sarei tornato con o senza il suo consenso, non appena lei fosse diventata maggiorenne, e ci saremmo sposati. Bella disse che si fidava di me completamente.

 Più tardi, quando le parole ci vennero a mancare, i nostri corpi trovarono un'altra forma di comunicazione. Da quando ci vedevamo in segreto e lontano da sguardi indiscreti, la nostra intimità fisica era inevitabilmente aumentata. Quando ci abbracciavamo sul vecchio divano le mie labbra avevano scoperto un meraviglioso percorso verso il basso. Mi era consentito sbottonare i primi bottoni della sua camicetta – oh, non più di due o tre – e baciarla sulla gola e sul collo, assaggiare la dolcezza della sua pelle fino alla curva dei seni. La mia camicia poi finiva completamente aperta e le sue manine mi carezzavano il petto e la schiena. Non più di questo, però. C’erano confini che un gentiluomo non doveva oltrepassare con la donna che amava, rispettava e intendeva sposare.
Per questo facevo attenzione a non metterla in imbarazzo con l’evidenza del mio desiderio ed evitavo il contatto tra i nostri due corpi, al di sotto della vita. Quando lei se ne andava lo stato di eccitazione persisteva, ovviamente, ma detestavo provvedere da solo. Se talora cedevo, poi provavo vergogna, non per qualche assurda idea di peccato, ma perché non mi sembrava giusto procurarmi piacere senza di lei, visto che il mio corpo ormai le apparteneva.

I limiti che ci eravamo dati finirono per crollare, quel pomeriggio. Quasi senza rendermene conto, le sbottonai completamente la camicetta e lei mi lasciò fare. Spinti in alto dal corsetto e appena velati dalla camiciola, i suoi seni erano incantevoli: rosei e perfetti mi riempirono di delizia, mentre mi facevo sempre più ardito. Abbassando il leggero bordo di batista esposi completamente i capezzoli, leccando e succhiando al ritmo dei suoi gemiti Ora lei era stesa sotto di me mentre, senza vergogna, le premevo addosso con l’inguine. 

“Dovremmo … dovremmo smettere,” mormorai, cercando di riprendere il controllo.
 “No,” disse Bella, sollevandosi un poco e cercando le mie labbra.
Così, le sfilai la gonna, e poi la sottoveste. Rimanevano il corsetto celeste, un oggetto intrigante che non avrei saputo come togliere, e i graziosi mutandoni di merletto. Merletto prezioso, un capo nuovo e costoso probabilmente, per quanto la mia inesperienza potesse capirne. Portava sempre della biancheria così raffinata? O l’aveva messa perché io potessi vederla? L’effetto che questo pensiero malizioso ebbe su di me sarebbe stato impossibile da descrivere. Davvero voleva darsi a me? Perché sarebbe successo di sicuro, se continuavamo così.

“Posso … vederti?” chiesi. La mia voce arrochita era irriconoscibile.
Bastò un cenno del capo, mentre arrossiva, non solo in viso. E i mutandoni caddero a terra, assieme alle calze.
Ecco, così erano fatte le donne. Incantato, contemplavo la sua bellezza. Quando mio padre - troppo imbarazzato per affrontare direttamente il discorso - affidò al nostro medico l’incarico di illuminarmi sui misteri del sesso, il brav’uomo fu coscienzioso nelle spiegazioni e mi mostrò persino un libro illustrato. Quelle immagini cliniche però non avevano nulla a che fare con una realtà che mi toglieva il fiato. Ipnotizzato dai ricci scuri che velavano la sua femminilità non potei trattenermi dal toccarli e la sentii tremare.

“Bella, dimmi di fermarmi,” supplicai, domandandomi se ne sarei stato capace.
Non mi rispose e invece fu lei a toccare me. Una timida carezza proprio nel punto dove ormai sporgevo visibilmente sotto la stoffa dei pantaloni. E allora non provai più a trattenermi.
Tuttavia, non volevo approfittarmi di lei completamente. Davvero non volevo per cui, ormai semi nudo anche io, mi limitai a strofinare ritmicamente il sesso sull’apice delle sue cosce snelle, sperando che la deliziosa frizione mi permettesse di avere soddisfazione senza compromettere la sua verginità. Ma lei aprì le gambe e io abbandonai ogni ritegno.

La presi, cercando di non essere brutale, ma con poca esitazione. Bella emise un piccolo gemito di dolore, per cui mi costrinsi ad aspettare e a darle il tempo di adattarsi all’invasione, fino a che un cenno del capo mi permise di muovermi ancora.
Vellutata, morbida, stretta intorno a me … beatitudine … Non me lo sarei aspettato in cento anni, niente mi aveva preparato per quello, certo non i rari momenti di autoerotismo che mi ero concesso.  Ma ora il suo corpo sembrava gradire i miei movimenti, i piccoli gemiti che facevano eco alle mie spinte non sembravano più di dolore, ma … era mai possibile che le piacesse? Un concetto stupefacente che passò come un lampo nella mia mente, perché avvertii che si contraeva, poi gridò il mio nome e io mi persi in lei.

Dopo, restammo per un po’ abbracciati e in silenzio. Riassaporavo il dono meraviglioso che Bella mi aveva dato e mi maledicevo per la mia irresponsabilità. Sapevo benissimo quello che avrei dovuto fare, ma non avevo avuto la forza di ritrarmi. E ora potevo averla rovinata … se ci fosse stato un bambino. Ero stato sconsiderato e dovevo assolutamente dire qualcosa per rassicurarla.

“Bella perdonami, sono stato incosciente …” cominciai, ma lei mi interruppe:
“No, Edoardo, sono stata io l’incosciente, ma volevo darti tutto ciò che potevo, prima che tu partissi. E ora chissà cosa penserai di me.”
“Penso che tu sia mia moglie a tutti gli effetti, anche se non c’è ancora un pezzo di carta,” mi affrettai a rispondere, appassionatamente convinto di quel che dicevo. “Non posso non partire, lo sai. Ma, se ci dovessero essere conseguenze, fammelo sapere immediatamente, mandami un telegramma. Prenderò una nave e verrò a sposarti. Mio padre non vorrà certamente impedirmi di fare il mio dovere, e sono sicuro che anche il tuo cambierà idea, nelle circostanze.”

Tuttavia, non ci furono conseguenze. In una lettera spedita due mesi dopo la mia partenza Bella mi scrisse che non dovevo precipitarmi a salvare il suo onore. Una buona notizia solo in teoria. Avrei voluto che fosse accaduto, invece, perché la separazione mi stava lentamente uccidendo. Poi, dopo qualche mese, non ci furono più lettere.
Ora, nella prime luci dell’alba, guardando la scia della nave che mi stava avvicinando all’America, pregai un Dio a cui non credevo molto di farmela ritrovare, perché la vita senza di lei non avrebbe avuto alcun senso.
(Continua)

1) Le cascate e l’energia che erano in grado di generare erano all’origine dello sviluppo industriale di Paterson, dove all’epoca fiorivano le tessiture di seta e l’industria delle locomotive.
  2) Quello che il padre di Edoardo temeva accadde effettivamente pochi anni dopo.


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