Chi é Lei?
Questa è uno dei
miei primi racconti di fanfiction. Qui ho cercato di coniugare la mia passione
per la Saga di Twilight con elementi storici e connessi all’Italia.
Chi è Lei? Una fanfiction di Twilight
di Laura
Radiconcini
Prefazione
Nel secolo scorso un uomo straordinario è vissuto a Torino: Gustavo Rol. Era un sensitivo con incredibili poteri paranormali, che non ha mai usato a fini di lucro. Mi piace pensare che, negli anni ’30, Rol e Carlisle Cullen si siano incontrati: Questa è la storia del loro incontro. Si noti che ciò che vediamo Rol fare e dire nel racconto corrisponde a quanto narrato da lui stesso e dai suoi biografi descrivendo i suoi esperimenti.
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Le acque dell’Atlantico erano scure come il cielo sopra di noi. I giorni
soleggiati di questa traversata ci costringevano a rimanere in cabina, fingendo
di soffrire il mal di mare. I vassoi con i pasti rimanevano intatti senza
destare sospetti e solo dopo il tramonto potevamo uscire a godere della pura
brezza marina.
Purtroppo, ora dopo ora, mi rendevo conto che questo viaggio non era
stata una buona idea. La routine dell’ospedale almeno mi permetteva di
concentrarmi suoi miei pazienti ed Esme, a casa, aveva una serie di interessi
piacevoli da perseguire, o almeno così credevo. Qui, sul transatlantico, non
c’erano distrazioni che mi permettessero di dimenticare la mia angoscia. Mia
moglie, che soffriva quanto me e per me, cercava di nasconderlo, per non
aggiungere altri pesi ai miei.
Tra le sue braccia potevo dimenticare per un po’, ma poi il tormento
ricominciava, ogni ora, ogni minuto sentivo gli stessi pensieri agitarsi nella
mente.
“Edward, dove sei? Credevo di averti sottratto alla morte, donandoti
l’eternità. Ma non sono stato forte abbastanza, convincente abbastanza da farti
restare con me, e ora… e ora, cosa sei diventato? Sei un nomade con le iridi
scarlatte, privo di umanità, interessato solo ad abbattere la tua prossima
preda? Che ti ho fatto, figlio mio?”
Stavamo andando a Londra ad una conferenza medica, che doveva fare il
punto sui risultati più avanzati della ricerca nelle varie specializzazioni.
L’invito aveva raggiunto anche il mio ospedale ed avevo proposto ad Esme di
accettarlo, sperando che il viaggio ci distraesse dalla preoccupazione per il
nostro figlio perduto. In particolare, erano le sessioni sulla psicanalisi ad
attrarmi, un campo relativamente nuovo e che non era il mio, ma mi affascinava.
Finalmente l’Olympic attraccò a Southampton e di lì proseguimmo per
Londra e il nostro albergo. La sera stessa andammo a caccia in una foresta
vicina alla città.
Esme non era particolarmente interessata alla conferenza, per cui ne
approfittò per visitare Londra, che non conosceva. Ci ritrovavamo la sera. Il
clima inglese non ci deluse. Pioveva quasi sempre e nessun raggio di sole
minacciava di svelare la nostra natura inumana.
Un pomeriggio la voce monotona dell’oratore di turno non riusciva a
tenere desta la mia attenzione. Il discorso girava su se stesso e non arrivava
da nessuna parte. Inoltre una vibrazione sgradevole proveniva
dall’amplificatore. Sedevo al mio posto ricordandomi che, per sembrare umano e
non una statua di pietra, dovevo muovermi, accavallare le gambe, toccarmi il
viso. Avevo appoggiato sulle gambe la mia sciarpa verde, un regalo di Esme.
Guardai fuggevolmente il mio vicino di posto. Non avrà avuto più di una
trentina d’anni, aveva una faccia piacevole e anche lui sembrava molto
annoiato.
La mia mente prese la solita strada: “Edward, avrei potuto fare le cose in un altro modo? Quando mi hai detto
che ne avevi abbastanza, e d’ora in avanti avresti seguito gli istinti inerenti
alla nostra natura, avrei dovuto accettarlo e non lasciare che te ne andassi?
No, non mi sarebbe stato possibile accettarlo, e tuttavia ….”
L’uomo accanto a me si irrigidì. Fissava la mia sciarpa. Poi mi guardò
negli occhi. Con voce gentile e un leggero accento italiano mi chiese di
prestargli il mio programma, perché aveva perso il suo. Glielo porsi senza
parole. Strinse il libretto tra le palme aperte e chiuse gli occhi. Io lo
guardavo sconcertato. Poi mi rese il programma. Sulla copertina bianca ora
c’era scritta una parola, ma lui non aveva penna, né aveva mosso le mani. La
parola era:
Edward
Sobbalzai.
Come era possibile? Cosa sapeva? Sapeva chi, e cosa, era Edward? Dovevo
avere delle risposte, non potevo aspettare un altro minuto senza averle. Per
fortuna l’oratore aveva terminato, tra pochi applausi.
“Chi è Lei?” chiesi con voce rotta.
“Mi chiamo Gustavo Rol,” rispose, offrendomi la mano, calda sulla mia
pelle gelida. Io anche mi presentai e lo vidi rabbrividire, gli occhi
improvvisamente spalancati. “Si, dobbiamo parlare,” rispose,“ ma non qui.”
Lo seguii, la testa confusa. Sapevo di star facendo qualcosa di
rischioso, avventato, ma non potevo evitarlo. Alla fine ci sedemmo nell’angolo
più appartato di un pub quasi deserto, due birre intatte davanti a noi, perché
io non potevo bere la mia e lui assaggiò appena la sua, fece una smorfia e
disse che preferiva il vino.
“Per favore, mi dica chi è Lei,” ripetei.
“Sono un impiegato di banca
italiano, a Londra per un corso di specializzazione,” mi rispose. “Privatamente
mi interesso di psicanalisi, per questo sto seguendo la conferenza, quando
posso. Sto anche visitando i negozi di antiquariato, perché vorrei lasciare la
banca e intraprendere un’attività in quel campo. Ho scoperto di essere molto
bravo a riconoscere i falsi.”
Questo era ridicolo!
“Cosa sa di mio figlio? Dov’è?”
Insistetti.
“Non so dove sia suo figlio, ma
ho visto un mare di verde – la sua sciarpa, probabilmente, quel colore ha un
effetto su di me - Lei stava gridando il
suo nome, e soffriva …
La voce di Rol era calda, confortante. “Cercherò di spiegarmi, Tutto
questo è abbastanza nuovo anche per me. Però, dopo, anche Lei dovrà rispondere alle
mie domande.”
Io tacevo, e lui continuò:
“Ho studiato legge, ma sono stato sempre interessato ai poteri della
mente. Posseggo naturalmente un intuito istintivo, di cui sono stato conscio
fin da bambino. A venticinque anni ho scoperto il terribile legame che lega il
calore, il colore verde e la quinta musicale, un intervallo tra le note. Ho
guardato nell’abisso e il mio terrore è stato tale che mi sono rifugiato in un
monastero. Mia madre mi ha però convinto a tornare nel mondo, avere fede ed
esercitare il talento che mi era stato donato. E così ho fatto. Ho cominciato a
sperimentare le mie abilità e ora passo di scoperta in scoperta. Come è
avvenuto questa sera. Ma non voglio essere considerato un mago! Quel mondo non
mi interessa. I miei modesti esperimenti, e i loro risultati, appartengono alla
scienza e sono cose che tutti, con l’aiuto di Dio, potranno fare, un giorno.”
“Lei crede in Dio, dunque?” gli
chiesi, e lui me lo confermò.
Ecco uno spirito affine al mio. Avremmo potuto essere amici, se le circostanze
lo avessero permesso. Ma non era possibile e mi dispiaceva molto.
“Ora è il suo turno, disse.
“Quando le ho toccato la mano ho provato qualcosa di molto strano, come se Lei
non fosse vivo, e tuttavia la vedo qui davanti a me. Dottor Cullen, chi è Lei?”
Era arrivato il momento. O rispondevo, e tradivo il mio segreto, o
tacevo, ma lui se ne sarebbe andato, e non avrei mai scoperto cosa sapeva di
mio figlio.
“Io sono … un non-morto,”
sussurrai.
Per un po’ tacque e infine parlò:
“Non-morto come nel libro di Bram Stoker?”
“Si, più o meno.”
“Lei non mi sembra un mostro, però.”
Mi credeva, ma non c’era paura sul suo volto.
“Cerco di non esserlo. Ho scelto di non uccidere … gli esseri umani.”
Per la prima volta dopo secoli stavo svelando ad un vivente la verità.
Gi raccontai di me, delle due persone che amavo e che avevo trasformato perché
stavano per morire. Sapevo che era vietato parlarne e che stavo mettendo in
pericolo Esme, lui e me stesso, ma non potevo fermarmi. I suoi occhi mi
ordinavano di continuare. Gli dissi di Edward e abbassai il capo per la
vergogna, perché non ero stato capace di prevenire la sua ribellione e ora un
assassino implacabile percorreva le strade del mondo, ed era colpa mia.
Si faceva tardi, Esme era sicuramente in ansia e presto avrei dovuto
andarmene.
Lo misi in guardia:“Non dovrei averle detto di me. E’ proibito e ci sono
altri della mia specie che potrebbero venire a cercarla, se lo sapessero.”
“Non si preoccupi per questo. Io
non lo dirò a nessuno, e nessuno può leggermi nella mente, se io non lo
consento. Ma ora, per favore, mi lasci fare un piccolo esperimento. Prenda la
sciarpa e ci metta sopra la mano.”
Obbedii. Lui pose la sua mano sulla mia, senza toccarmi, ma in modo che
ne percepissi il calore. Con le labbra modulò un suono quasi inaudibile e
chiuse gli occhi. Quando li riaprì, sorrideva:
“Riparta per l’America, Dottor
Cullen. Suo figlio tornerà da Lei. Suo figlio sta tornando da Lei. E d’ora innanzi vivrà come Lei desidera. Non
ucciderà più. E un giorno sarà felice. E’ una promessa che Le faccio.”
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Nota per saperne di più: chi mi segue su Facebook troverà nella mia
pagina un post della rubrica #ticonsigliounlibro con la segnalazione di alcuni
libri dedicati a Gustavo Rol.

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