1900 -3



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Sul treno Milano-Genova,  30 luglio 1900. Ora imprecisata

Mi svegliai di soprassalto. Era notte … no, andiamo, non era possibile. Eravamo sotto una galleria. Sì, i Giovi. Il treno andava piano ed io ero solo nello scompartimento. Mi prese il panico. Se mi avessero derubato, mentre dormivo? Ma no, c’era ancora tutto: quello che rimaneva del denaro, un passaporto a nome di Corrado Sergi, un visto per gli USA e il biglietto per imbarcarmi sulla Regina Margherita[1]. Regina madre, da ieri notte. Si diceva che in futuro questo tipo di documento avrebbe mostrato anche la foto del titolare, ma per fortuna non era ancora così e io potevo benissimo farmi passare per Corrado.
Corrado, che andava male all’università e non era proprio tagliato per gli studi. Lo zio gli aveva offerto un lavoro in America, se lo avesse raggiunto, e lui aveva accettato con gratitudine. Però, non conosceva una parola d’inglese e, siccome era un ragazzo simpatico, gli avevo dato qualche lezione. Sapevo che non aveva soldi: il biglietto si era mangiato tutti i risparmi della madre, che non voleva certo farlo viaggiare nella terribile terza classe, per cui sarebbe sbarcato senza una lira o dollaro che fosse.
Così questa mattina ero andato a cercarlo. Non potevo farmi vedere dai suoi parenti, per cui rimasi in strada, cercando di non farmi notare e aspettando nervosamente che uscisse. Finalmente comparve e gli chiesi di camminare nel parco con me, perché avevo una cosa da chiedergli. Dopo avergli sinceramente spiegato il guaio in cui mi trovavo, e la mia totale innocenza – e lui sembrava credermi – arrivai alla proposta: se mi avesse dato passaporto, visto e biglietto, io gli avrei regalato una grossa somma di denaro. Alla famiglia avrebbe dovuto raccontare qualche storia circa il ritardo della sua partenza. Poi, ma solo dopo la prevista data di arrivo della nave a New York, sarebbe andato in Questura a denunciare la perdita del visto e del passaporto, e avrebbe richiesto dei duplicati, lì e al Consolato americano. Una volta che avesse riavuto i documenti, avrebbe comprato un nuovo passaggio in nave, ma non dallo stesso armatore, in modo che il suo nome non figurasse su due diverse liste. Così sarebbe arrivato negli Stati Uniti in ritardo, ma ben provvisto di soldi.

Genova, Palazzo delle Poste,  2 agosto 1900. Mezza mattina

Dovevo tornare a bordo, la nave stava per salpare. Era andato tutto liscio, avevo già la carta d’imbarco e avevo consegnato il bagaglio al personale di cabina. Ma ero sceso di nuovo, perché dovevo assolutamente mandare un telegramma, prima di partire. Usando il nome falso e un indirizzo volutamente errato avevo annunciato il mio arrivo a New York, firmando con una E. La destinataria era Leah, a Paterson, e mi auguravo che trovasse modo di avvisare Bella, che si era trasferita a Newark col padre pochi mesi prima che le lettere cessassero di arrivare. Forse Charles Swan non era in grado di controllare anche i telegrammi. Comunque, era la mia ultima speranza. Non potevo pensare di averla perduta per sempre, lei era tutto per me. Non avevo neppure guardato un’altra ragazza da quando ero tornato in Italia. Proibendomi di cedere allo sconforto diressi i miei passi verso il molo.

Rotta Genova-New York – 8 agosto 1900. Notte
Buio, un’orribile puzza di muffa e dei miei stessi escrementi … sono sepolto vivo, in una cella sott’acqua, mi sento soffocare … non posso neanche gridare …
Aprii gli occhi di botto. No, non ero sott’acqua ma sull’acqua, al sicuro in una comoda cabina di seconda classe del piroscafo Regina Margherita. I cascami dell’incubo mi turbavano ancora, però. Nel sogno avevo creduto di essere Giovanni Passannante, l’anarchico che, ventidue anni prima di Bresci, aveva cercato di uccidere Umberto I. Era armato solo di un temperino, però e aveva provocato soltanto una lieve ferita al sovrano.
Non essendoci gli estremi per una condanna a morte, Passannante era stato imprigionato a vita nell’Isola d’Elba. La cella era sotto il livello del mare, col soffitto così basso che un uomo non ci poteva stare in piedi, senza luce e senza bugliolo. Una grossa catena di metallo impediva i movimenti al prigioniero. Dopo alcuni anni di questa tortura era impazzito ed era stato poi trasferito in un manicomio criminale, dove sopravviveva ancora, ridotto a un vegetale.
Se questo era stato il destino di chi aveva inflitto al Re poco più d’un graffio, cosa avrebbero fatto a quello che era effettivamente riuscito ad ucciderlo? E a chi, innocente o meno, fosse stato accusato di aver partecipato al complotto? Davvero, la mia fuga era stata una mossa ragionevole e giustificata.
Tentai inutilmente di riprendere sonno, ma non ci riuscii, per cui decisi di andare sul ponte a fumare una sigaretta. Mi permettevo di uscire dalla mia cabina solo col buio, quando gli altri passeggeri erano a cena o nella sala di soggiorno. Con la fortuna che avevo, avrebbe potuto esserci qualcuno che mi conosceva. Ero riuscito a dare un’occhiata alla lista dei passeggeri di seconda – questo era consentito – ma non c’era alcun nome che mi dicesse qualcosa. Per la prima non potevo sapere nulla, ma era meno probabile. In quanto alla terza classe, gli emigranti erano totalmente segregati, anche se su questa nave le condizioni in cui viaggiavano erano meno disumane del solito … ma comunque era meglio che non mi facessi vedere.
Quindi di giorno ero quasi sempre in cabina, la monotonia interrotta solo da brevi escursioni alla biblioteca di bordo; ero molto contento che ce ne fosse una, visto che non avevo portato alcun libro con me. A parte l’aver mandato il telegramma, a Genova avevo avuto solo il tempo di rimpinguare il mio misero bagaglio con pochi abiti di ricambio e biancheria: un passeggero che non avesse un baule o almeno delle valigie sarebbe apparso subito strano e sospetto. Appena imbarcato, avevo detto al cameriere che soffrivo terribilmente il mal di mare, per cui non avrei neanche tentato di andare in sala da pranzo. Poi, con una grossa mancia, l’avevo convinto a portarmi in cabina dei pasti molto semplici, tè, biscotti secchi, pasta, riso e formaggio, più alcuni limoni per combattere la nausea. In questo modo contavo di compiere la traversata senza essere notato.
La Regina Margherita era una nave moderna e veloce, completamente elettrificata. Le cabine erano confortevoli e persino la terza classe non era l’affollato girone infernale che esisteva su altre navi. Corrado aveva fatto un’ottima scelta.

Rotta Genova-New York – 8 agosto 1900. Più tardi

L’oscurità mi premeva sugli occhi, interrotta soltanto dalla brace della mia sigaretta. Mi sentivo molto solo, senza più neanche il diritto al mio vero nome. In America avrei dovuto sceglierne un altro, ma cambiare identità era certamente molto più facile lì che in Italia. Edoardo, o forse Edward Masi sarebbe riapparso solo quando fossi stato sicuro che nessuno lo cercava per un delitto che non aveva commesso. Ma, in ogni caso, non avevo più alcun parente in vita, non avevo amici né compagni. Avevo ancora Bella? Lei sembrava capirmi come nessuno.
Un giorno avevo cercato di spiegarle il perché delle mie scelte politiche, scelte che poi avevo rinnegato.
“Sì, amore, Antonio Meucci o, meglio, lui e Alexander Bell mi hanno fatto diventare un anarchico. Mentre Henry Flick è colui che mi ha fatto smettere di esserlo, malgrado ciò che tuo padre crede di sapere ….”
Bella mi aveva appena detto che il padre aveva scoperto che ci frequentavamo – sempre in pubblico e con totale decoro, a parte i pochi baci che le avevo rubato – e mi aveva fatto investigare. Quando aveva saputo che, sebbene fossi figlio del rispettabile dirigente di una fabbrica di locomotive, frequentavo la comunità anarchica italiana di Paterson, era andato su tutte le furie. Le aveva proibito di vedermi e questo era l’ultimo incontro che ci era consentito, appunto perché lei potesse comunicarmelo. Ma Bella non intendeva obbedirgli, avremmo solo dovuto fare molta attenzione, d’ora in avanti. Alle sue parole mi si allargò il cuore: prima della catastrofe mi preparavo ad andare da Charlie Swan e chiedergli il permesso di corteggiare ufficialmente sua figlia.
Di politica avevamo parlato pochissimo, perché io stesso ero confuso e amareggiato, ma ora Bella aveva il diritto di sapere cosa ci avrebbe obbligato a vederci di nascosto.
“Ti potrà sorprendere, ma è stato Meucci, non Bell, a inventare il telefono,” le spiegai. “Era un amico di mio padre e la sua sfortuna è stata di non aver mai avuto abbastanza soldi per difendere la sua invenzione con un brevetto inattaccabile, malgrado l’aiuto che papà e altri italiani gli hanno dato. Poté permettersi solo un “caveat”, cioè un’ assegnazione provvisoria, che non è neanche stato in grado di rinnovare.
Poi, nell'estate del 1872, ha commesso l’errore di consegnare i disegni e il prototipo al vicepresidente dell’ American District Telegraph di New York, chiedendogli di sperimentarlo. La stessa società, guarda caso, per cui lavorava come consulente Alexander Bell. Dopo anni di scuse e rinvii, i disegni e il prototipo sono spariti e nel 1876 Bell ha presentato all’ufficio brevetti il proprio apparecchio telefonico. Si arrivò a un processo, ma il giudice lo mandò per le lunghe. Secondo alcune voci, era azionista della compagnia di Bell e ne difendeva gli interessi. Meucci è morto nel 1889, rovinato e distrutto moralmente.”[2]
“E’ una storia tristissima, ma in che modo ti riguardava?” mi chiese Bella, confusa.
“Non mi riguardava personalmente, è vero. Ma mi ha aperto gli occhi sul come vanno le cose, negli Stati Uniti, e anche altrove. Tutto è in vendita, il pesce grande si mangia il pesce piccolo, i poveri e i lavoratori non hanno diritti mentre industriali e banchieri possono manipolare la legge come vogliono. Ero un ragazzino allora, ma sentivo mio padre parlarne e attraverso i suoi discorsi ho intravisto il vero volto del capitalismo.”
Continuai raccontandole come avevo sperato di trovare un modo di combattere contro le ingiustizie che ormai vedevo dappertutto. E mi sembrò che gli anarchici avessero le risposte che cercavo. Si trattava di filatori di seta e apprendisti, spesso anche più giovani di me – uno studente cresciuto negli agi – e il loro impegno mi faceva vergognare di me stesso. Conobbi gente straordinaria, degna di ammirazione e rispetto, mi prestarono libri e pubblicazioni che erano pieni di significato e di speranza. Andavo alle riunioni e offrivo tutto l’aiuto che ero in grado di dare. Il mio inglese soprattutto, che pochi nella comunità dei lavoratori italiani conoscevano bene. Del resto, le difficoltà di lingua erano state un problema anche per Meucci durante il processo.

“Però poi li hai lasciati …” osservò Bella, spingendomi a continuare. “Cosa è successo?”

“Forse cominciavo a dubitare già da prima,” le dissi, “ma tutto si è chiarito durante un incontro per discutere del caso di Aleksandr Berkman, un compagno che era ed è ancora in prigione per aver cercato di assassinare Henry Frick, il padrone delle acciaierie Carnegie. Frick fece uso di agenti della Pinkerton per sciogliere i picchetti durante uno sciopero. Ne seguì una battaglia e nove sindacalisti rimasero uccisi. Berkman pensava che l’attentato avrebbe unito i lavoratori, facendoli insorgere contro il sistema capitalista. Ma mancò il primo colpo e il magnate fu protetto e salvato dai suoi stessi operai.
“Vedi, amore,” avevo concluso, “questo servì a convincermi definitivamente che l’omicidio politico non funziona, fosse pure moralmente accettabile. Non ha funzionato in Europa e meno che mai qui. La gente, a qualunque classe appartenga, ne è disgustata, l’opinione pubblica trova l’atto imperdonabile e ha pietà della vittima e della sua famiglia. Invece, la maggior parte dei miei compagni, qui a Paterson, lo ritengono ancora uno strumento politico praticabile, almeno in teoria. Quella discussione servì ad aprirmi gli occhi e mi allontanai da loro.”
(continua)


[1] La Regina Margherita era una nave moderna e ben gestita, di costruzione inglese,  che in quegli anni. salpava da Genova e percorreva rotte transoceaniche.
[2] Solo nel 2002 in Congresso degli Stati Uniti ha adottato la Risoluzione n. 269, con la quale Antonio Meucci viene riconosciuto come il vero inventore del telefono.


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