1900 -2
1900 - 2
Milano, 30 luglio 1900 - 5 am
“Edoardo, Edoardo!” Qualcuno bussava al vetro e mi stava
chiamando. Mi risvegliai faticosamente e andai ad affacciarmi alla finestra.
C’era Mario in strada, poco sotto di me – la mia camera era al mezzanino.
“Che c’è, che diavolo vuoi? Ma lo sai che ora è?” chiesi
rabbiosamente, per nulla contento di esser stato svegliato.
“Zitto, non gridare,” sussurrò lui, “vengo dal giornale, abbiamo
dovuto stampare un’edizione straordinaria. Il Re … ll Re è stato assassinato ieri
sera. A Monza. Gli hanno sparato.”
“Il bastardo se l’è cercata!” esclamai senza riflettere,
pentendomene immediatamente. Non potevo
certo dimenticare il massacro di gente affamata e inerme compiuto dal suo Alto
Commissario Bava Beccaris solo due anni prima ma, malgrado questo, ritenevo
l’omicidio politico sbagliato, non solo moralmente, ma anche politicamente.
Questa era la ragione che mi aveva fatto abbandonare gli anarchici.
“Ssst, zitto,” ripeté Mario,“non ti far sentire. Sei in
pericolo, Edoardo. L’attentatore l’hanno preso subito. E’ stato Gaetano Bresci
a sparare. Ora stanno arrestando i suoi parenti e anche gli amici …”
Merda … Gaetano. Ero un suo amico? Sì, eravamo stati amici
un tempo – malgrado la differenza di età - quando frequentavo i gruppi
anarchici di Paterson nel New Jersey. Si era interessato a me, un ragazzo di
buona famiglia assetato di giustizia, e per un po’ era stato il mio mentore.
Poi però avevo lasciato gli Stati Uniti ed ero tornato in
Italia con mio padre. Negli ultimi anni avevo tagliato ogni legame con gli
anarchici, occupato con l’università – avevo perso fin troppo tempo – e con la
malattia di mio padre. Se ora ero qualcosa, potevo definirmi socialista, avevo
partecipato a diverse riunioni. Turati mi piaceva. Però, quando Gaetano era
arrivato a Milano mi aveva rintracciato, cosa per nulla difficile, del resto.
Poi, visto che stava in una topaia io, dannazione, proprio io, l’avevo
accompagnato alla pensione di Via San Pietro all’Orto. La padrona mi conosceva
per nome … Merda, davvero. Dovevo sparire, non farmi trovare, andarmene subito
da qui.
Milano, 30 luglio1900. 5,45 am
Lasciai in silenzio il
modesto albergo in cui risiedevo da qualche giorno, avendo venduto la
casa paterna. Sembrava che tutti dormissero ancora, fortunatamente. Presi solo
una piccola borsa e i soldi, lasciando il resto in camera. Così, se fossero
venuti a cercarmi, avrebbero pensato che ero solo uscito e avrebbero aspettato
il mio ritorno. Era un miracolo che avessi ancora il contante con me. Sabato
avevo completato la vendita della mia proprietà, una campagna con villa subito
fuori Milano, in un’area destinata ad essere presto raggiunta dall’espansione
urbana. Il costruttore che l’aveva acquistata era uno che credeva solo ai
contanti. Oggi avrei dovuto depositare il denaro in banca, ma naturalmente non
potevo andarci. La fortuna aveva voluto che ieri fosse domenica e così, anche
se ero sicuramente nei guai, almeno non ero privo di mezzi.
Sì, ma per far cosa? Dove potevo nascondermi, se ero
ricercato? Vaghe idee mi vorticavano in testa, una più improbabile dell’altra. Comunque,
non potevo rimanere per strada, soprattutto non qui. Camminavo a passo svelto,
cercando di allontanarmi il più possibile, quando si fece sentire il suono di
una campana. Una chiesa aveva appena aperto per la prima messa. Luogo ideale
per far passare un’ po’ di tempo intanto che mi chiarivo le idee, mi dissi.
Asilo ecclesiastico per il miscredente, che ironia.
Nascosto nell’angolo più buio della navata, senza far
attenzione al latino mormorato dal celebrante, ma alzandomi e inginocchiandomi quando
richiesto, per non dare nell’occhio, cercavo di formulare un piano. Di sicuro
avrei fatto meglio ad andare all’estero, ma non potevo certo usare il mio
passaporto, né chiedere un visto.
Non dovevo aspettarmi altro da Mario. Non eravamo amici
intimi, solo compagni di partito, e lui aveva già fatto molto venendomi ad
avvisare. Oltre a tutto, chiunque fosse conosciuto per le sue idee radicali era
già sotto osservazione, e chissà per quanto tempo lo sarebbe stato. Anche al Regio
Istituto Tecnico Superiore, dove seguivo un corso di Economia industriale, non
mi ero fatto molti amici, anche perché lo studio e la malattia di mio padre
avevano assorbito molto del mio tempo.
All’improvviso mi venne un nome in mente e forse una
possibile soluzione. Corrado Sergi. Ero in grado di fargli una proposta così
buona che non avrebbe potuto rifiutarla. E forse non mi avrebbe neppure
tradito.
Milano, 30 luglio 1900, 11 am
Potevo solo sperare che alla stazione non ci fosse già
qualcuno a cercarmi. Per fortuna non sembrava così, anzi c’era un treno per
Genova che stava per partire e mi riuscì di prenderlo al volo. Appena lasciata
Milano fui finalmente capace di rilassarmi. A bordo c’era poca gente e nessuno
che facesse caso a me.
Avevo esagerato? Forse avevo sbagliato a scappare mentre
tutto avrebbe potuto risolversi facilmente: Magari mi avrebbero solo
interrogato e poi rilasciato. Del resto, non era la prima volta che venivo
interrogato su Gaetano, era successo anche a Paterson. In quel caso però era
stato un agente della Pinkerton, una polizia privata spesso usata dagli
industriali per raccogliere informazioni su anarchici e sindacalisti che
minacciavano i loro interessi. A volte gli agenti venivano anche mandati a reprimere
violentemente manifestazioni e scioperi. Io ero giovanissimo e di buona
famiglia e l’uomo aveva pensato di potermi facilmente intimidire. Avevo fatto
la parte dello sciocco, non gli avevo detto nulla del poco che sapevo di
Gaetano e la cosa era finita lì.
Però stavolta sarebbero stati i carabinieri a interrogarmi,
e si trattava di un regicidio. Sicuramente avrebbero cercato di dimostrare in
ogni modo che c’era stato un complotto e che Gaetano Bresci aveva dei complici.
E io lo avevo aiutato a trovare alloggio … No, era meglio che non mi facessi
prendere. La gente poteva anche sparire in prigione, era successo altre volte.
Prima che mio padre venisse a mancare stavo cercando di laurearmi e poi sarei
ripartito comunque per l’America, ma ora l’eredità ricevuta mi aveva liberato e
avevo già deciso di partire subito e andare a cercare Bella, mandando al
diavolo l’università.
Da un anno non avevo sue notizie, eppure ero sicuro che non
mi avesse dimenticato, come io non potevo dimenticarla. Non arrivava più
nessuna lettera in risposta alle mie, che però non mi ritornavano indietro.
Leah, un’amica che usavamo come tramite, mi avrebbe dovuto far sapere che i
miei messaggi non erano più graditi, o se le fosse successo qualcosa. Ma non
potevo immaginare cosa. Forse suo padre aveva scoperto la nostra corrispondenza
clandestina – come aveva scoperto in precedenza che ci incontravamo – ed era
stato in grado di intercettare le lettere? Un poliziotto non avrebbe trovato
troppe difficoltà a farlo. Mi odiava, come odiava tutti i radicali e avrebbe
fatto qualunque cosa per impedire la nostra relazione. Era pieno di pregiudizi,
un cane da guardia dei ricchi e dei potenti, come gli altri poliziotti, del
resto. E tuttavia, amava sua figlia. Ma Bella teneva a me al punto di disobbedirgli
… e aveva trovato modo di dirmi addio. La memoria dolce-amara del nostro ultimo
incontro, il suo meraviglioso, imprudente abbandono … come potevo dimenticare?
(continua)

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